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Au temps de Klimt, la mostra che potete perdervi

Se negli ultimi due mesi avete preso la metropolitana a Parigi non potete non averli notati: gli enormi cartelloni giallo oro della Pinacothèque della mostra Au temps de Klimt, la sécession à Vienne strillano sui muri grigi dei sottopassaggi paragini e non vederli sembra alquanto impossibile.

au temps de klimtSedotta dall’idea di un’immersione nella Vienna del buon vecchio Franz Joseph e dalla Giuditta che occhieggia dai manifesti dell’expo sono stata a vederla… Eppure avrei dovuto diffidare da queste mostre evento altamente mediatizzate! Ma che ci volete fare, la carne è debole e alla fine ho comprato il mio (caro) biglietto e mi sono messa in coda alla Pinacoteca. E posso dire con sincerità che è stata una delusione. Ecco cinque motivi per i quali potete tranquillamente perdervi questa mostra: la vostra cultura non ne risentirà e il vostro portafogli vi sarà altamente riconoscente.

  1. Klimt dove sei?

D’accordo, la mostra si chiama Au temps de Klimt, la sécession à Vienne: è evidente che non si tratta di una monografica su Klimt, altrimenti, molto probabilmente, si sarebbe chiamata semplicemente KLIMT. Per cui se andate convinti di vedere Il bacio, la Danae, e tutti gli altri quadri di Klimt che si trovano sui nostri manuali di storia dell’arte (e nei poster appesi in camera di qualunque adolescente), avete sbagliato mostra. E però, e però, e però… Sull’affiche spicca un quadro di Gustav Klimt, così come il suo nome: magari aspettarsi una corposa collezione delle sue opere è anche legittimo, no? Bah, no. Perché alla mostra di Klimt (Gustav, perché si trovano anche alcune opere del fratello Ernst) ci sono quindici opere. Quindici. Su 180. E, detto tra me e voi, al di là della seconda Giuditta di opere “maggiori” ce ne sono sì e no 5 o 6. D’accordo, la riproduzione della Frise Beethoven, interessante, per carità. Ma resta pur sempre una riproduzione…

Certo, troverete le opere di altri artisti che come Klimt riflettono il clima culturale dell’epoca, quando Vienna brillava come il faro della cultura europea… Moll, Kokoschka, Schiele. Anche loro, però, un po’ sottorappresentati da una mostra che vorrebbe raccontare tutto, ma senza approfondire seriamente nessuna tematica: la commistione delle arti, la figura della donna (la cui “spiegazione” sembra copiata pari pari dagli appunti di Storia dell’Arte di terza liceo), i primi espressionisti…

  1. Le mostre-evento: bagno di cultura o bagno di folla?

D’accordo, andare di sabato mattina con la pioggia non è stata la mossa più intelligente che io potessi fare. Però, davvero: nonostante il biglietto acquistato online, ho fatto la coda all’ingresso dell’immobile, al guardaroba (obbligatorio), all’ingresso della mostra… E all’uscita. Fosse solo questo, sarebbe anche sopportabile. Il fatto è che tutta la mostra è stata una sorta di processione della via crucis, tutti in fila incollati gli uni sugli altri, tappa obbligata di fronte ad ogni quadro e pestoni compresi nel prezzo. Se al tutto aggiungete lo spazio assai esiguo diviso in stanze ancora più piccole e acciambellate su se stesse (l’uscita si effettua dalla stessa porta da cui si entra) vi lascio immaginare il senso di sollievo… Una volta usciti

  1. Il pubblico delle mostre-evento.

Che mi porta sempre a rivalutare l’eugenetica. Però, ecco, magari sono io che sono una snob rompiballe, per cui questo punto potete non prenderlo in considerazione… (anche se, rompiballe o no, quelli che vengono con la nonna sorda, il figlioletto di tre anni per mano, il pupo di nove mesi nel marsupio e l’audioguida –l’audioguida!!!- ecco… Non so se mi spiego)

  1. Il prezzo della mostra

La cultura ha un costo, ed è giusto pagarlo. Anzi, parafrasando Padoa Schioppa è bello pagare un’istituzione che ci permette di accedere all’arte (anche se a me piacciono anche le istituzione che l’arte la divulgano gratis, ma questo è un altro combat) ma 15 € sono quasi 30.000 lire (scusatemi la conversione, ma mi serve per avere la misura delle cose). E soprattutto con meno di 15 € si entra al Louvre, al Musée d’Orsay, al Centre Pompidou, al Jeu de Paume…

  1. La sala dedicata all’asse culturale Vienna Parigi

Il ruolo di Parigi nella cultura dell’epoca è innegabile e non si tocca: però ammettiamolo che i francesi sono ossessionati da Parigi. Me ne vado a una mostra per godermi la vienna di Franz Joseph, con la sua Ringstraße e la melodia inebriante dei valzer di Strauss… E anche lì trovo dei quadri che raffigurano i boulevards hausmaniani e una sorta di eco di… cancan?

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