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Clochard, tu n’existes pas (L’inesistenza del senza tetto parigino)

Non è per fare il Bukowsky dei poveri, ma, sebbene, o forse proprio perché, la Francia è considerata un paese di tradizione assistenziale, gran parte dei parigini sono ormai asetticamente anestetizzati nei confronti della piaga umana che affligge la Ville Lumière.

Altri, al contrario, sono promotori di gruppi assistenziali ed organizzazioni no profit più o meno attive sul territorio. Sono cineasti socialmente impegnati (Vedi: Je pourrais être votre grand-mère) o volontari con un grande cuore (per coloro che volessero informarsi o partecipare, una delle iniziative sono i Restos du coeur).

Sta a noi tutti, citoyens français o italiani contagiati dalla Parigi filia, scegliere ogni giorno da che parte stare.

© Roman Bonnefoy

© Roman Bonnefoy

EPISODIO

Metropolitana parigina.
Io sono stanchissima, ma sono appena le sette.

Un clochard, per dirla alla francese; un senza tetto, per essere politically correct, dorme sbavando allungato su tre diversi mini sedili, confortevoli solo per le chiappe magre parigine. Ah già, perché da quando i barboni, per usare un termine comune popolare, si erano insediati nei locali della calda metrò parigina si è pensato bene, per ovviare al problema, di distanziare le sedute, di renderci un po’ più individualisti, come se a Parigi non fosse già il caso.

Io mi siedo poco distante, lo guardo, a tratti mi sembra voglia rotolare giù sul pavimento.
Anche una coppia di sessantenni che sembrano usciti da un film sui mormoni lo guardano. Hanno una cartina di Parigi in mano. Stranieri, come me, ancora non hanno fatto il callo a queste scene.

Un rumore sordo risveglia il mio girovagare mentale in paralleli tra il parigino medio e il medico di pronto soccorso che, per spirito di sopravvivenza, tratta il paziente deceduto come l’ennesimo moscerino rimasto impantanato in una goccia d’acqua.

Il rumore è sordo: nessuno sente il tonfo dell’essere umano, per chiamarlo con il suo vero nome, caduto per terra nella metro di Parigi.

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