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«Fuocoammare» esce in Francia

Era andato a Lampedusa con l’idea di farci un film, ma in tre settimane non era riuscito a cavare un ragno dal buco, e in più si era pure ammalato. “Avevo una brutta bronchite che non passava mai, così decisi di andare al pronto soccorso. Fu lì che incontrai il dottor Bartòlo per la prima volta. La visita durò due ore. Parlammo di tutto tranne che della mia bronchite”, racconta Gianfranco Rosi all’anteprima francese di Fuocoammare, che cade proprio qualche ora dopo l’annuncio della sua candidatura agli Oscar nel 2017. “Spesso i miei film cominciano così – aggiunge – per caso”, con un incontro fortuito da cui si srotola una storia. Medico, lampedusano, il dottor Bartòlo, protagonista del documentario, è infatti il minimo comune denominatore di una quotidianità che a Lampedusa corre su due binari paralleli: da un lato la vita tranquilla, serena, quasi noiosa della comunità autoctona, e dall’altro, agghiacciante, la tragedia dei migranti, che a migliaia naufragano ogni anno sull’isola, primo approdo europeo di una traversata disumana, pericolosissima, spesso mortale.

fuocoammare-locandina

Nel bel mezzo del Mediterraneo, più vicina alle coste tunisine che a quelle italiane, Lampedusa si racconta con la cadenza siciliana del dialetto di Samuele, un dodicenne come tanti altri, che ha un “occhio pigro”, adora giocare con la fionda e mangia gli spaghetti della nonna facendo un sacco di rumore. La pesca, la religione, il caffè dopo pranzo e le dediche alla radio isolana scandiscono la vita della comunità locale.

Dall’altro lato dell’isola, però, alla torre di controllo giungono ogni notte disperate richieste di aiuto: voci agitate implorano soccorso. Migliaia di persone ammassate in barconi inadatti e pericolosi vengono recuperate ogni anno al largo di Lampedusa, vive, morte o moribonde. I soccorsi, i morti, le prime cure mediche, i controlli e le identificazioni, i canti colmi di rabbia, i pianti, gli intermezzi gioiosi dell’interminabile attesa nel centro di accoglienza, la telecamera di Rosi indaga tutto questo con il lirismo asciutto tipico della sua filmografia.

Poetiche, belle e allo stesso tempo incredibilmente crude, le sue immagini descrivono l’indescrivibile. Basteranno agli spettatori per andare al di là della commiserazione, per indurli a chiedersi con rabbia chi siano i responsabili? Oppure resteranno lettera morta nell’interminabile teatrino della buona coscienza?

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