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Giorgio Poi, uno di noi

Era l’antivigilia di Natale. Appena rientrato per le vacanze, stavo andando al concerto di Motta, se non ricordo male, e Francesco se ne esce con «Dovete ascoltare Giorgio Poi», risata generale. Tempo di smanettare sullo smartphone e parte Niente di Strano accompagnata da un «Se ti abitui alla voce poi suona bene». Certo, perché Giorgio ha una voce particolare, riconoscibile. Fa Niente, l’album d’esordio, stava per uscire e nessuno su quell’auto immaginava (a parte forse Francesco) quanta strada avrebbe fatto il cantautore, romano d’adozione, ma di fatto cittadino d’Europa. Questa sera (17 gennaio) è in concerto all’International e l’occasione di ascoltare dal vivo un expat come noi e molti dei lettori di Parigi Grossomodo non poteva che farci gola.

Giorgio Poi: Avevo vent’anni quando sono partito, stavo con una ragazza, eravamo molto innamorati e l’avevano presa all’università a Londra. Io stavo facendo il conservatorio a Roma ma non mi stava piacendo un granché e quindi mi sono detto che cambiare aria avrebbe potuto darmi nuovi stimoli, volevo fare il musicista e Londra mi sembrava una destinazione perfetta . Dopo un anno di preparazione sono riuscito ad entrare al conservatorio. Era il 2006.

Mario Del Gaudio: E come molti di quelli che partono all’estero, ambientarsi non è facile. Il primo scoglio è spesso la lingua…

G.P.: Non parlavo l’inglese, quindi la mia priorità era riuscire a comunicare in maniera adeguata. Poi, come succede spesso quando si va a stare fuori, ho fatto comunella con altri stranieri, messicani, austriaci, tedeschi, francesi. E’ più facile stare con persone con cui si ha in comune l’esperienza di trovarsi in un paese straniero, mentre gli inglesi sono nella loro cultura e non hanno più di tanto quella spinta a guardarsi intorno.

M.D.G.: Da queste conoscenze sono nate le prime esperienze musicali, i Vadoinmessico si sono poi trasformati ed evoluti in Cairobi quando hai iniziato a fare spola con Berlino. Fino a quel momento avevi sempre cantato in inglese, ma la musica italiana iniziava a stuzzicarti…

G.P.: Sì, mi ricordo bene, dopo qualche mese che ero a Londra un mio amico doveva venire a trovarmi e gli ho chiesto di andarmi a comprare a comprare un cd (c’erano ancora i cd all’epoca): Colpa d’Alfredo di Vasco. Avevo voglia di sentirlo, non so perché, non so cosa mi era successo, ma volevo ascoltare quel disco. E da lì poi tutta una serie di artisti tra cui Piero Ciampi, Lucio Dalla, Lucio Battisti, quelli che sono un riferimento per tanti.

M.D.G.: Questo è un buon momento per la musica italiana, se ne produce tanta e di una certa qualità. C’è qualcosa che ascolti con piacere in questo momento?

G.P.: Quest’anno mi sono piaciuti molto i Coma_Cose. E’ un duo di Milano, un ragazzo e una ragazza, sono molto bravi.

M.D.G.: Hai deciso di tornare in Italia per approfittare di questo particolare periodo?

G.P.: In realtà ho iniziato a scrivere quest’album ancora prima che uscisse Calcutta (Mainstream, 2015, ndr). Avevo voglia di tornare e in un certo senso avevo iniziato a preparare il terreno. Poi è arrivato questo putiferio e ho pensato che era un buon momento. Era da tempo che volevo scrivere in italiano, e quindi diciamo che è stato grazie a quest’album che mi sono creato l’occasione per trasferirmi in Italia.

M.D.G.: Non hai fatto in tempo a rimpatriare che oggi sei di nuovo in giro per l’Europa a proporre la tua musica, questa volta in italiano, magari per fare breccia nel cuore dei francesi oltre che degli italiani a Parigi…

G.P.: Torno portando qualcosa che qui non c’è tanto. Qui non si ascolta molta musica in italiano, quindi torno con uno spirito esotico e tropicale, in fondo siamo sempre stati abituati ad ascoltare musica senza capire il significato dei testi. Lo facevo io stesso quando non conoscevo l’inglese e lo faccio ancora quando ascolto musica africana o sudamericana: non devo per forza capire, posso emozionarmi lo stesso, a volte il suono delle parole ti comunica comunque la stessa sensazione.

M.D.G.: Quindi l’obiettivo è puntare al pubblico francese?

G.P.: Sono felicissimo se stasera è pieno di italiani a sentire il concerto, ma se, per esempio, per cinque italiani che vengono viene un francese io sono contento… magari…

M.D.G.: Dopo Parigi, l’Eurosonic, Bruxelles e Berlino, sarà il momento di pensare al nuovo album…

G.P.: Qualcosa l’ho già iniziata a scrivere, ma aspetto di fermarmi per potermici mettere con più attenzione.

Il tempo di mangiare un panino, al piano di sotto i Matt Ress stanno già scaldando il pubblico. Un veloce cambio di scena e Giorgio è sul palco accompagnato da Matteo Domenichelli al basso e Francesco Aprili alla batteria.

Si parte subito forte con Paracadute e L’abbronzatura, chiusa da una jam dove Giorgio suona il flauto (una vendetta nei confronti della maestra delle scuole medie?). Una scaletta ormai collaudata dove non mancano le cover. In particolare Il Mare d’Inverno (scritta da Ruggeri ma portata al successo da Loredana Bertè) riscuote successo fra i Ritals presenti. C’è spazio anche per i due nuovi singoli (Il Tuo Vestito Bianco e Semmai) inclusi lo scorso ottobre nell’edizione in vinile del disco. Il concerto si chiude con il pezzo da cui tutto era iniziato ormai quasi un anno e mezzo fa, Niente di Strano, con il pubblico che intona gli ultimi versi e Giorgio che fatica a star fermo e inizia l’ultima jam della serata.

Si spengono le luci e si si iniziano a tirare le somme. Giorgio Poi si può ritenere soddisfatto, anche l’obbiettivo dichiarato poco prima di poter arrivare al pubblico francese è stato raggiunto: molti i francesi in sala, tra cui anche degli amici speciali, i Phoenix, che, come aveva annunciato lo stesso Giorgio qualche tempo fa sui social, lo hanno scelto per aprire la data milanese del loro tour il prossimo 20 marzo. E Poi? chissà…

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