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Il paradiso degli orchi, ovvero Belleville raccontata da Pennac

paradiso_degli_orchiPer me, scrivere una recensione sul Paradiso degli orchi è come parlare di un amico d’infanzia di cui siamo un po’ innamorate, che vorremmo mostrare a tutti ma del quale al tempo stesso siamo gelose. Ricordo precisamente il piacere provato nel leggerlo per la prima volta, più di dieci anni fa, e la gioia ancora più grande provato nello scoprire che era il primo tomo di una saga, la saga di Benjamin Malaussène, di professione capro espiatorio. Quando, tanti anni dopo mi sono trasferita a Parigi, ci sono arrivata sognando la Belleville r
umorosa e multietnica di Pennac, e che delusione scoprire che non esisteva praticamente più. Ormai Pennac gode anche in Italia di una grandissima popolarità, ha scritto moltissimi altri libri e alcune sue pièce sono state portate con successo a teatro, ma per me il suo nome è legato inscindibilmente al suo primo, mitico, romanzo.

Protagonista di questo romanzo, dove il poliziesco si mescola con la commedia, è la squinternata famiglia Malaussène, fratellastri e sorellastre figli di una madre che “semina bambini ai quattro angoli del mondo”. Lo stile, riconoscibilissimo, di Pennac è di una godibilità assoluta: lieve, ironico, ricco d’iperboli e di metafore sapide, si fa poetico senza mai scadere nel lirismo quando segue il flusso dei pensieri di Malaussène. Pennac è un maestro nell’imitare il parlato, anche se in questo caso va anche reso merito a Yasmina Melaouah, traduttrice in italiano dell’autore, che è riuscita a far vivere in italiano l’argot nel quale lo scrittore fa parlare i suoi personaggi. Le pagine di Pennac scorrono in modo fluido, come se lo scrittore non avesse fatto nessuna fatica a scriverle. È probabilmente questa la qualità principale della scrittura di Pennac: questa sensazione che il libro si sia, per così dire, scritto da solo.

La trama di questo “giallo”, se così lo si vuole definire, è presto detta: ai Grandi Magazzini  (quest’entità quasi mistica, della quale si parla sempre con un misto di odio e deferenza) nei quali lavora Malaussène iniziano a scoppiare delle bombe. La polizia indaga e finisce per far cadere sul nostro eroe una buona dose di sospetti. Ma dietro questa trama, di per sé banale, si apre il mondo surreale e coloratissimo nato dalla fantasia di Pennac, prima di tutto la famiglia assurda di Malaussène: una sorella che legge le carte e prevede il futuro, un fratellino che sogna (e disegna) orribili orchi di natale, un’altra sorella che fotografa tutto ciò che la spaventa, un fratello geniale e pestifero che parla come un racaille e un puzzolentissimo cane epilettico.

Belleville (non Parigi, Belleville) più che essere l’ambientazione è un’altra grande protagonista di questo romanzo: una Belleville povera, sporca e sgarrupata, ma vivace e accogliente, brulicante di vita e di umanità, tra arabi, africani, muezzin che salmodiano dalla finestrella di un bagno e cous cous servito a tutte le ore accompagnato dall’immancabile pastis. Un ritratto splendido di un quartiere che ormai non esiste più (il libro è del 1985, tante cose sono cambiate da allora), che è stato “normalizzato” ed è ormai una zona come un’altra di Parigi, ma che attraverso le pagine di questo romanzo continua a rimandarci l’immagine di un porto franco lontano anni luce dalla frenesia della Capitale.

 

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