Le ultime

Italiani all’estero, ossia la polemica per la polemica

© Bettmann/Corbis

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Lo ammetto: questo editoriale, in teoria, doveva trattare dei ritardi. E visto che doveva uscire più di una settimana fa e sarebbe uscito oggi sarebbe stato anche coerente con il so contenuto. Però nelle settimane scorse è scoppiata questa polemica che chiunque abbia un account Facebook non ha potuto ignorare – a proposito degli italiani all’estero. Ho riflettuto a lungo se fosse o meno il caso di alimentare una polemica che, lo scrivo subito così non dovrete arrivare fino in fondo all’articolo per sapere che ne penso, trovo superficiale e mal posta. Ho aspettato che si calmassero le acque, per non entrare nel vortice delle risposte piccate che tutti gli italiani all’estero che scrivono su di un sito come questo si sono affrettati a dare.

Adesso che la tempesta si è un po’ calmata però, mi permetto di fare alcune considerazioni non tanto su cosa fanno gli italiani all’estero (anche perché, per dirla tutta, di cosa facciano i quasi cinque milioni di italiani iscritti all’AIRE non ne ho la più pallida idea), ma sulla polemica stessa, su come è stata montata, ingigantita, cavalcata.

Qualche anno fa lavoravo in una redazione in Italia: credo di avere imparato molto durante l’anno che ho passato là dentro, nel bene e nel male. Una volta, in vista delle elezioni comunali ricordo di aver scritto un pezzo sulla possibile rosa dei candidati: il classico pastone politico, contenente un coacervo di nomi più o meno credibili, tra i quali, però, se ne trovavano alcuni palesemente improbabili. Il giorno dopo, ovviamente, uno dei pezzi da scrivere era costituito dalla smentita di alcuni candidati: sul momento mi chiesi che senso avesse scrivere un pezzo sapendo già che poche ore dopo sarebbe stato da ritrattare, ma a questa domanda rispose il direttore, con una frase che mi si è rimasta impressa nella testa per tutti questi anni: “una smentita – mi disse – è una notizia data due volte”.

La prima impressione che mi ha fatto il botta-e-risposta del Fatto quotidiano è stato precisamente questo: una polemica montata a tavolino, pubblicata con l’obiettivo (centrato in pieno) di fare il buzz sui social network, di scatenare una serie di risposte, commenti e riflessioni che (salvo in alcuni rari casi) non andava molto oltre la chiacchiera da bar. A leggere i due articoli del Fatto così come la maggior parte di quelli che su molti altri siti sono stati pubblicati come replica, ci si trovava davanti a due posizioni antitetiche: gli italiani all’estero sono tutti degli snob a cui piace tornare al paese natio a sputare sentenze o gli italiani all’estero sono tutti dei grandi amanti del proprio Paese, soffrono la nostalgia, sono informati, colti e umili. Cosa mi disturba in questa antitesi così manichea, e più in generale in questo tipo di articoli?

La vaghezza: questo tipo di articoli, che si vorrebbero “pezzi di costume” e che io chiamo sociologia da bar hanno l’indubbio vantaggio, per chi li scrive, di essere pezzi facili (non necessitano di nessun tipo di ricerca, nessuna inchiesta… Tutto quello che rende difficile – e bellissimo – il lavoro di un giornalista), ammiccanti (da un lato o dall’altro, che si ammicchi a chi è rimasto in Italia e vuole sentirsi dire che “il vero coraggio è restare” o a chi è partito e vuole recitare la parte del “cervello in fuga”) e, spesso e volentieri, di grande successo mediatico (il buzz di cui sopra). Vogliamo veramente parlare degli italiani all’estero? Facciamolo con i dati alla mano, come vorrebbe la decenza professionale.

La ricorrenza. Quello degli italiani che vivono all’estero è il classico tema da tirar fuori ogni tanto, per poi scordarlo i restanti 360 giorni all’anno. Un po’ come gli animali abbandonati: invadono i telegiornali ad agosto, poi, dal ritorno delle vacanze, non se ne sente più parlare fino all’anno dopo.

Ma soprattutto, se devo essere sincera fino in fondo, mi disturba il successo che questo tipo di articoli ha: rimbalzano su twitter e facebook come virus impazziti, e nel giro di poche ore non c’è nessuno che non si senta in dovere di esprimere la propria opinione. Ed è un peccato che non si ritrovi la stessa “smania” di condividere e commentare altri tipi di contenuto: nel mondo degli web-medias, dove quello che conta sono le visualizzazioni, la “sociologia da bar” vincerà sempre sull’approfondimento, l’inchiesta, la serietà. E non serve andare a cercare i colpevoli nella modernità, in internet o in qualche altra diavoleria: i colpevoli siamo solo noi lettori.

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