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La forza centripeta di Parigi

Da italiani si arriva o si resta a Parigi spesso per caso, finendo immancabilmente per lamentarsene un po’: i prezzi troppo alti, il mercato immobiliare schizofrenico, il lavoro c’è ma poi in fondo quale, i parigini sono snob, la vita è dura e gli incontri difficili, vedere gli amici è impossibile senza avere sempre l’agenda alla mano, programmando con settimane d’anticipo, ci si sente soli… e via discorrendo…

Allo stesso tempo, però, pare un po’ a tutti di esser stati colpiti da una forma speciale di inerzia, una sorta di forza centripeta che tende a riportare ogni tentativo di fuoriuscita verso l’ombelico del mondo, il centro della centralizzatissima Francia: “Tutte le strade portano a Parigi”, altro che Roma!

Credo che voi lettori di Parigi Grossomodo possiate tutti confermarlo senza difficoltà.

Questa realtà, solo superficialmente percepita finché si resta nella ville lumière, risulta quantomai evidente una volta che si sia riusciti, a dura pena, a metter finalmente il naso fuori Parigi, cambiando città.

Personalmente arrivai a Parigi nel gennaio del 2009 con una borsa di studio di sei mesi.

Uno dei primi giorni, discorrendo con una collega polacca, le dissi che sarei rimasta sei mesi e ottenni la seguente risposta: «Eh sì… brava! Vedrai… Anche io ero arrivata per sei mesi e guarda un po’… sono già cinque anni!»

Scossi il capo e la lasciai parlare, sicura che allo scadere esatto dei sei mesi avrei ritrovato la mia bella Bologna. Finii per restare a Parigi tre anni e mezzo e il prossimo gennaio sarò (felicemente) in Francia da sette.

Da tre anni abito quindi a Rennes, dove sono finita, altrettanto per caso, grazie al lavoro che mi cadde sulla testa un bel giorno di fine maggio 2012 al termine di dieci mesi di (dura) ricerca di lavoro senza esito.

Tralasciando le incredibili circostanze fortuite e la congiunzione astrale positiva che dovettero ruotare intorno all’ottenimento del mio lavoro, la sensazione che ebbi arrivando a Rennes fu quella di chi si accorga improvvisamente di avere avuto per tantissimo tempo delle scarpe di un numero troppo piccole, oppure una cintura troppo stretta, già all’ultimo buco, per mancanza di un attrezzo adatto ad aggiungere un buco supplementare.

Ritrovai persone che non avevano problemi a darmi del tu subito, la semplicità del «Hai da fare ora? Ti va un caffè tra una mezz’ora?», il piacere di muoversi a piedi in centro, sentire gli uccellini cantare nella pausa pranzo intorno all’ufficio, odorare l’aria pulita che tira dal mare, abitare in pienissimo centro senza svenarsi… Fu in pratica una vera liberazione, accompagnata dal sentimento di riprendere a vivere normalmente e soprattutto a respirare senza affanno.

Voglio dire con questo che Parigi non sia una bella città?

No, per nulla al mondo. Parigi è una bellissima città, in cui ho passato un periodo indimenticabile della mia vita e in cui torno spesso e volentierissimo.

Parigi ha però una grossa pecca: offre tutto.

Voglia di un aperitivo a base di tapas basche, una cena vietnamita o un cous cous marocchino, un vino italiano e poi delle danze brasiliane o un film siriano, per finire la serata tra le braccia di un ragazzo della Martinica o della Costa d’Avorio, sorseggiando un rum della Réunion? Detto fatto. Basta scioccare le dita.

Sì, va bene… Ma…

Parigi offre tutto a una grossa maggior parte di utenti che non possono prendere tutto. O per mancanza di soldi o per mancanza di tempo.

La sterminata offerta parigina crea una duplice frustrazione che produce alternativamente o la vertigine o la mancanza di respiro: da un lato sei tentato di restare perché troverai senz’altro quel che fa per te, prima o poi (si spera più prima che poi), dall’altro sei frustrato perché vorresti prenderti tutto e non ce la fai: non è semplicemente possibile.

(Se tra i lettori dovesse trovarsi qualcuno che guadagna 5000€ lavorando soltanto venti ore a settimana, abita nel 6° e va comodamente a lavorare a piedi, accanto a casa, trovandosi dopo il lavoro con gli amici di quartiere a prendere l’apéro a 10€ il bicchiere di vino, chiedo venia a costui per non averlo colpevolmente preso in considerazione nella precedente valutazione…)

Che fare allora?

La ricetta ovviamente non c’è, come per quasi tutte le cose.

Da ex parigina, assolutamente non pentita, consiglierei di non perdere per nulla al mondo l’occasione per prendere quel che si può. Non tutto, ma molto. Perché davvero moltissimo si può prendere da Parigi. E per il resto… occhi aperti e orecchie tese, che di città in cui vivere bene in Francia ce ne sono molte, moltissime altre.

Foto: © Chiara Mazza

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