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L’Europa è morta (o moribonda), viva l’Europa!

Drapeau-europeen-berne-commission-europeenne-croissance-604-564x261L’anti-europeismo è di gran moda quest’anno. Stando agli ultimi sondaggi l’estate prossima lo porteremo con tutto. Un buon numero dei manifesti che si incontrano in giro invitano ad astenersi alle elezioni europee che si terranno il prossimo fine settimana: consigliano l’astensione i marxisti (ma questa non è una novità), la impongono i gruppi di estrema destra, la caldeggiano numerose liste civiche dai nomi più o meno fantasiosi. Uno dei manifesti che mi è capitato più spesso sotto gli occhi in questi giorni di campagna elettorale raffigura una giovane dall’aria più imbronciata che determinata sopra la quale spicca lo slogan: “Questa Europa si farà senza di me.” Sicuramente, se la donna imbronciata non si reca alle urne questo week end sarà difficile darle torto.

E allora chi la farà questa Europa benedetta o maledetta, mai all’altezza delle aspettative dei suoi cittadini e spesso bersaglio di politici incompetenti, che ne hanno fatto il capro espiatorio ideale, specie in questi anni di “crisi economica”? Un servizio di Liberation di sabato rispondeva, implicitamente: i giovani europei della generazione Erasmus.

Lo ammetto, il servizio del quotidiano francese era un po’ troppo improntato a un idealismo di scuola, che vuole tutti i giovani tra i 15 e i 35 anni europeisti convinti e ansiosi di viaggiare tra Parigi, Berlino e Praga come in una pubblicità di Easy Jet. Eppure… Eppure un fondo di verità c’è, e lo si può riassumere in modo molto semplice: chiunque di noi sia partito all’estero per l’Università, la ricerca, il dottorato, il lavoro, l’Europa l’ha vissuta sulla sua pelle nel quotidiano, imparando un’altra lingua, conoscendo persone di altri paesi, imbattendosi in burocrazie diverse dalla prova, in codici sociali differenti. Questa generazione, sostiene Vincenzo Cicchelli, professore in sociologia a Parigi 5, si sente parte di un tutto. Ha un senso profondo di appartenenza all’Europa che convive con l’appartenenza nazionale, senza che queste due sfere collidano: anzi. Non è un caso che il motto dell’Unione sia “uniti nella diversità”. Eppure mai come prima di queste elezioni si è avuta netta la sensazione che queste diversità fossero troppe e incolmabili.

Non scrivo questo articolo per fare appelli al voto, né tantomeno per tediare i lettori con una lezione di storia dell’Europa, o con lunghe citazioni colte dalla Pace Perpetua di Kant o dal Manifesto di Ventotene. Mi voglio solo permettere qualche considerazione in vista di queste elezioni sulle quali pesa un’aria così cupa, tra il gracidare degli astensionisti, gli euroscettici che continuano a salmodiare la fine di quello che considerano una specie di mostruoso Leviatano e i partiti nazionali che conducono, nella maggior parte dei casi, campagne elettorali goffe, banali, intrise di polemiche nazionali e prive di qualunque afflato universalistico che si presuppone dovrebbe muovere la politica dell’Unione.

  1. Trovo ancora abbastanza sciocco che non si votino partiti europei durante delle elezioni europee.
  2. Molte delle accuse che i critici del sistema Europa amano dispensare sono più che fondate: il percorso verso un sistema più equilibrato, meno schiavo dei poteri economici, più partecipato e più vicino ai cittadini (non è forse uno dei grandi problemi dell’Europa questa immagine di fredda burocrate lontana che ne hanno la maggior parte degli europei stessi?) è ancora lungo. Ma non sarà certo l’astensione ad aiutarci a percorrerlo. Creare un sistema più partecipativo senza recarsi a votare è un po’ come allenarsi per la maratona guardando l’atletica in televisione.
  3. Anzi, tutto quello che l’europa può realizzare in positivo richiede una condizione necessaria: bisogna che la Commissione riconquisti una leguittimità che non le verrà che dal voto. Come spiega bene Cohn-Bendit in un’intervista rilasciata a John Lichfield dell’Indipendent qualche anno fa ci troviamo di fronte a un circolo vizioso: per avere più potere l’Europa ha bisogno di più legettimità, per avere più legittimità ha bisogno di più democrazia diretta. Finché gli Stati Nazione ostacoleranno questo processo l’Europa resterà sempre remota e sgradita ai cittadini europei. Che continueranno a chiedere più democrazia.
  4. L’Europa è la nostra occasione. Soprattutto: è il nostro oggi. E non parlo di crisi economica, di Stati, di governi: parlo di noi come persone. Pensare europeo apre gli orizzonti della realizzazione personale, apre i nostri spazi culturali. L’Europa è in crisi profonda di credibilità, di legittimità. Ha la crisi dei vent’anni (che se consideriamo Maastricht come data di nascita neppure ci si avvicina alla trentina ancora…). Questo lo sappiamo tutti. Forse l’impegno che dobbiamo dimostrare in questo momento è proprio quello di aiutarla ad uscirne, diversa e adulta.

 Questo è quanto. Sarà che da italiana residente all’estero mi sento quasi più vicina alle europee che alle politiche, sarà che per me l’Europa è lo spazio dove trovare le soluzioni, più che il problema, ma spero davvero in un’alta partecipazione. Chiunque critichi lo status quo, e a dire il vero mi pare siano proprio in molti, dovrebbe sperarlo e contribuirvi.

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