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Expo: Un art pauvre al Centre Pompidou

PENONE

Soffio 6 di Giuseppe Penone (1978)
Credits: Centre Pompidou

Apre oggi al pubblico la mostra Un art pauvre al centro Pompidou. Ma non si tratta del semplice accrochage di una selezione di opere del Museo di arte moderna: un art pauvre è una manifestazione che si vuole pluridisciplinare e dinamica, all’interno della quale la mostra dedicata all’arte povera italiana è soltanto uno dei capitoli di questa ricerca intorno al tema della povertà che come un fil rouge unisce diverse esperienze e diversi campi artistici. Oltre alla mostra temporanea inaugurata oggi all’interno della Galerie 4, infatti, la manifestazione propone una selezione di opere legate al movimento dell’Architettura radicale all’interno del museo e una serie di concerti (il festival Manifesto 2016, a cura dell’Ircam), performances e proiezioni di film sperimentali.

Ma torniamo all’esposizione temporane a, una di quelle da lasciare senza fiato non solo per la bellezza delle opere esposte, ma per l’equilibrio con la quale queste sono state poste a dialogare tra di loro. Muoviamo i primi passi tra le opere di Manzoni, Fontana e Burri: l’Italia è alle porte del boom, l’arte povera non è ancora nata, eppure nelle opere di questi grandi si comincia già a intravedere una sorta di crepa che si aprirà e darà luogo ad un vero e proprio iato. Per gli artisti che verranno dopo la rottura é consumata e l’opposizione alla società e all’arte “tradizionale” è totale. L’arte povera nasce in Italia negli anni ’60. Nel 1967 appaiono due manifesti che ne annunciano la nascita: uno del critico Germano Celant, che per primo utilizza l’espressione arte povera, e uno dell’artista Alighiero Boetti, che ritroviamo alla mostra, nel quale incolonna sedici nomi di artisti che in qualche misura si ritrovano, nonostante le enormi differenze, in un percorso di ricerca simile.

Il Manifesto di Alighiero Boetti (1967)  Credits: Centre Pompidou

Il Manifesto di Alighiero Boetti (1967)
Credits: Centre Pompidou

Scultura che mangia di Giovanni Anselmo (1968)  Credits: Centre Pompidou

Scultura che mangia di Giovanni Anselmo (1968)
Credits: Centre Pompidou

I materiali scelti sono spesso materiali di recupero, materiali naturali, ma tra le diversissime opere presentate al Pompidou non mancano quelle che scelgono materie lussuose, come quella di Luciano Fabro in seta e vetro di murano. L’arte povera non è un movimento chiuso, e non si risolve in una serie di scelte stilistiche: è l’occasione per artisti estremamente diversi di dare vita ad un dialogo che fa emergere in ciascuno delle riflessioni e delle riflessioni che forse non sarebbero nate senza questa “emulazione”. La “povertà”, rivendicata da questi artisti non si limita alla scelta dei materiali, ma investe ogni aspetto della produzione artistica: lo strumento deve essere povero, la tecnica deve essere povera, l’agire artistico deve essere povero. Gli artisti dell’arte povera rivendicano un ritorno a gesti arcaici, un’attenzione a particolari dimenticati, un’interesse per tutto ciò che è vivo e organico (la scultura che mangia di Giovanni Anselmo è composta da un blocco di granito e da un’insalata!) e un posto centrale al corpo. Corpo che si afferma come il più povero degli strumenti, quando si è rifiutato ogni tecnicismo e ogni raffinatezza formale: non per nulla la performance è una delle forme di espressione di questi artisti.

Riccardo Dalisi: Animazione al rione Traiano (1971/1975)  Credits: Centre Pompidou

Riccardo Dalisi: Animazione al rione Traiano (1971/1975)
Credits: Centre Pompidou

Quest’attenzione alla corporeità non è che una delle analogie tra l’arte povera e l’architettura radicale che i curatori dell’esposizione hanno voluto mettere in evidenza. Una volta saliti al quinto piano del museo, infatti, le sale 39 e 40 sono state dedicate al movimento Global Tools, una “scuola di contro-design” fondata in Italia nel 1973. Ma chi è il primo critico a parlare di architettura radicale? Sempre Germano Celant, che getta un ponte tra l’arte e l’architettura in rivolta. Sono anni di contestazione: se da un lato gli artisti avevano già preso posizione contro la guerra in Vietnam, gli architetti di Global Tools si interrogano sull’ordine sociale e politico, sulla dimensione umana dell’architettura. Ancora una volta le performance effimere, le sperimentazioni urbane, la creazione collettiva (e di nuovo il rifiuto di ogni tecnicismo) diventano i nuovi strumenti per ripensare lo spazio sociale e politico. La critica alla società dei consumi, in cui l’uomo è testimone immobile della proprio alienazione, porta i protagonisti di Global Tools a cercare di riappropriarsi dello spazio urbano per ri-umanizzarlo.

Un art pauvre è una mostra ben pensata e ben realizzata, che accompagna lo spettatore in un percorso di riflessione su diversi temi e diverse domande riguardo l’arte e la società. E sui tentativi di risposta che l’arte, l’architettura e il design hanno cercato di dare.

Un art pauvre: dall’8 giugno al 29 agosto al Centre Pompidou

Tariffa completa: 14€

Tariffa ridotta: 11€

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