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Lo spleen di Parigi, ossia quando Parigi ti attacca la malinconia

Lo spleen di ParigiCi sono giorni in cui Parigi è una “festa mobile”, come scriveva Hemingway. Ci sono giorni in cui il cielo azzurro fa da sfondo al bianco abbacinante del Sacre Coeur, in cui un suonatore di fisarmonica che chiede qualche spicciolo accanto al vostro tavolino del bar vi fa sentire in un film degli anni ’50. Ci sono giorni in cui mentre correte tra una stazione di metro e un’altra rispondendo al telefono e controllando le mail vi immaginate come l’eroina di una serie americana, e Parigi è il palcoscenico su cui i vostri sogni – professionali, personali – si realizzano.

E poi ci sono altri giorni. In cui il cielo plumbeo getta una luce fredda che non produce ombre, in cui qualcosa – che non è solo il freddo, che non è solo l’umidità – vi fa scorrere un brivido lungo la schiena. In cui la massa informe dei passeggeri della metropolitana diventa un muro d’indifferenza, sordo al vostro disagio. In quei giorni non chiedete a Hemingway di farvi da compagno nella Ville Lumière. Non chiedetelo neppure a Pennac, né à Queneau. Chiedetelo a Baudelaire.

Se I fiori del male lo conosciamo tutti (anche i più smemorati ricorderanno di averlo studiato sui banchi di scuola), Lo spleen di Parigi è una raccolta di cui – di solito – si è sentito parlare, ma che gode di un successo molto meno sfacciato rispetto alla prima raccolta poetica del più parigino dei poeti maledetti.

Lo spleen di Parigi è una raccolta di “piccoli poemi in prosa” scritti da Baudelaire tra la metà degli anni ’50 e la fine degli anni ’60 dell’XIX secolo. Nel leggerlo si è immersi in un universo al tempo stesso familiare e lontanissimo, in una città che al tempo stesso è la nostra e non lo è, pullulante di vite miserabili, illuminate da improvvisi atti di virtù, brevissimi quanto scintillanti. Parigi emerge dalle pagine di Baudelaire come da un’acquaforte, con i suoi bassifondi, che affascinano e disgustano il poeta, con l’intrecciarsi incessante di vite, con le sue folle solitarie, i suoi vicoli squallidi, i suoi caffè fumosi, la sua nebbia, i suoi cieli cupi.

Il lettore è trasportato di forza in questa Parigi che non conosce, ma che al tempo stesso una volta evocata sembra prendere vita: usciti da casa vedrete la vostra Parigi con gli occhi del poeta. Potrete posare lo stesso sguardo satirico e disilluso su questa grande capitale, sui suoi vizi, sui suoi difetti, provando forse lo stesso disagio descritto nel brano – purtroppo ancora tanto attuale – dedicato agli occhi dei poveri. Per riuscire alla fine a vedere anche la bellezza nelle mille contraddizioni che questa città, da sempre, incarna senza neanche tentare di risolvere.Bellezza che fa esplodere la dichiarazione d’amore che chiude la raccolta:

Que tu dormes encor dans les draps du matin,

Lourde, obscure, enrhumée, ou que tu te pavanes

Dans les voiles du soir passementés d’or fin,

 

Je t’aime, ô capitale infâme ! […]

Leggere Lo spleen di Parigi è tanto un viaggio nella capitale durante gli anni di Baudelaire quanto un’immersione nella natura umana, quel tipo d’immersione che la vita frenetica nella “festa mobile” parigina troppo spesso ci impedisce di fare.

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