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Magritte, La trahison des images

E’ il 1923 quando René Magritte vede per la prima volta una riproduzione di Le chant d’amour di Giorgio De Chirico. L’accostamento completamente casuale di un guanto in lattice e di una statua greca ha su di lui l’effetto di una rivoluzione. Da quel momento in poi la sua pittura non sarà più la stessa: l’astrazione dadaista delle sue prime opere non gli basta più, ha bisogno di interrogare la realtà e gli oggetti che lo circondano. E’ uno spartiacque: l’inizio del suo periodo surrealista. Imbocca la strada del caso, del fortuito. Influenzato dalla sua attività di grafico pubblicitario, realizza una serie di quadri sulle parole, in cui rappresenta oggetti e definizioni accostati in maniera del tutto arbitraria. Illogiche, sorprendenti, da queste opere si percepisce, però, una riflessione che va al di là della pura casualità surrealista. Significato, significante, realtà, rappresentazione, la pittura di Magritte scava giorno dopo giorno, vigorosamente, un varco che la porti ad uscire dall’angusto recinto delle arti figurative: la sua ambizione è la filosofia.

Se il manifesto surrealista sancisce la superiorità della poesia sulla pittura, in quanto sola autentica depositaria della realtà, Magritte accetta la sfida. La sua opera riflette, parla, argomenta, problematizza.

René Magritte, Les vacances de Hegel, 1958 - © Photothèque R. Magritte / Banque d'Images, Adagp, Paris, 2016

René Magritte, Les vacances de Hegel, 1958 – © Photothèque R. Magritte / Banque d’Images, Adagp, Paris, 2016

Il punto di svolta è un sogno: un uovo rinchiuso in una gabbia. E’ il 1936 quando il pittore belga, dormiente, ha questa visione. Da quel momento in poi il suo progetto diventa risolvere problemi: un bicchiere in cima a un ombrello, il primo raccoglie l’acqua, il secondo la fa scivolare via; una locomotiva spunta da un caminetto, entrambi sputano fumo, unico punto in comune dell’azzardato binomio.

E’ a questa fase “filosofica” dell’opera di Magritte che è dedicata la mostra La trahison des images, al Centre Pompidou dal 21 settembre al 23 gennaio.

Parole e immagini: la sua missione è stabilirne un principio di equivalenza.

Al sesto piano del Museo nazionale d’arte contemporanea, un corridoio scandisce le tappe della sua riflessione, ancorandosi a quadri rinascimentali nel delineare uno a uno i miti fondatori del suo pensiero.

René Magritte, La Condition humaine, 1935 - Huile sur toile, 54 x 73 cm - Norfolk Museums Service - © Adagp, Paris 2016

René Magritte, La Condition humaine, 1935 – Huile sur toile, 54 x 73 cm – Norfolk Museums Service – © Adagp, Paris 2016

La grotte de Platon, opera del XVI secolo attribuita a Michiel Coxcie, fa da trampolino concettuale alla quarta sala dell’esposizione, dedicata al mito filosofico che più di ogni altro nella storia ha tradotto il dubbio sulla veridicità delle immagini. In una sorta di manifesto visivo, Magritte risponde con La Condition humaine. In questo quadro il pittore sfida il pensiero platonico: anche qualora l’uomo fosse prigioniero in una caverna nella quale le cose possono essere viste soltanto attraverso la loro ombra, l’arte si collocherebbe comunque al di fuori. Al centro dell’opera, la tela, dal disegno che ricalca esattamente il perimetro della montagna, reale, alle sue spalle, troneggia in pieno sole. Affrancandosi dal regime della rappresentazione, con Magritte la pittura si fa realtà.

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