Le ultime

Parigi fa ancora sognare?

Robert Doisneau

Robert Doisneau

I’ve been to Paris France and I’ve been to Paris Paramount. Paris Paramount is better. (Ernst Lubitsch)

Ogni città è fatta di pietre, strade, case e monumenti, ma anche di atmosfere, immagini, racconti, canzoni… Forse Parigi è la città che più al mondo porta su di sé un carico enorme di riferimenti letterari, cinematografici, musicali. Tutti conoscevamo Parigi prima di venirci a vivere: forse a qualcuno ricordava i romanzi di Victor Hugo, qualcuno aveva ancora negli occhi i colori del Favoloso mondo di Amélie, altri le scene dei film di Bertolucci (Il Conformista, Ultimo Tango a Parigi, The dreamers). Magari per qualcuno era il teatro delle notti dissolute di Verlaine e Rimbaud, o lo scenario dell’amore distruttivo tra George Sand e Alfred de Musset. Ma Parigi è stata anche il rifugio dei fratelli Rosselli, di Salvemini, di Piero Gobetti. E vogliamo parlare del maggio francese, divenuto col tempo un mito per generazioni e generazioni di giovani, ancora più che un avvenimento storico? E ancora prima di tutto questo Parigi è stata un sogno per gli esiliati della spagna franchista, per gli americani dei roaring twenties o per l’aristocrazia russa, che preferiva il francese alla propria lingua patria.

 Il mondo come volontà e rappresentazione è il titolo di un libro piuttosto noto di Arthur Schopenhauer: alla capitale francese questo titolo andrebbe alla perfezione. Parigi è per metà quello che pensiamo che sia, per metà quello che vorremmo che fosse. Ed è stato così per tutte le generazioni che hanno guardato a questa città come a un luogo mitico o un simbolo. Abbiamo un bel sorridere quando parliamo con un nuovo arrivato che ancora vede lo charme di Parigi raccontato da Hollywood e dalla letteratura: a Parigi si è sempre venuti con un bagaglio di cliché, di ricordi letterari, di set cinematografici da ritrovare. Scriveva Arrigo Benedetti (non certo un ingenuo) in un suo editoriale per L’Espresso nel 1960, parlando degli anni del fascismo e del dopoguerra:

“…Tutto ciò che era francese, era prezioso per noi: il cinema, di cui si ammirava l’accento dismesso, senza avvertirne la falsità letteraria; le riviste letterarie, continuamente portate ad esempio di partecipazione umanistica ai casi del nostro tempo: la grande letteratura degli anziani e anche la brillante letteratura dei giovani scrittori: i romanzi d’André Malraux sullo sfondo della rivoluzione internazionale, i primi racconti così densi e nuovi di J.P. Sartre, dove noi intravedevamo un ideale francese nutrito di libertà, ancora barricadiero…”

Dov’è oggi quella Parigi, quella Francia che facevano sognare il mondo si chiedono gli analisti di Libération e di Le Monde? Che ne è stato di quella patria ideale, dove ritrovarla in questa città fredda e ostile, ripiegata su se stessa? Che la crisi (che anche in Francia picchia forte, lo dico per chi ci legge dall’Italia) l’abbia ridotta alla paura (e di segni di paura se ne vedono tanti, e tanti se ne leggono sui giornali)? Queste sono domande che è bene lasciare agli analisti di Libération e ai loro lettori.

La domanda che forse ognuno di noi dovrebbe farsi, dopo qualche anno (o qualche mese) che vive a Parigi (ma sarebbe poi tanto diverso se fosse a Londra o a New York?) è semplicemente: perché questa città non mi fa più sognare? Le ragioni sono tante, ed è anche giusto che dopo tre o quattro anni di metropolitana, piogge torrenziali e pinte a 7 euro non si abbia più lo sguardo da pesci innamorati ogni qualvolta ci giriamo verso la Tour Eiffel.

Ma al di là di tutte le contingenze del caso, se riusciamo ad essere sinceri fino in fondo, ci accorgeremo che non è che colpa nostra se i sogni sono diventati ricordi, se sbuffiamo quando qualcuno ci parla della Parigi della Belle Epoque o se siamo diventati indifferenti allo spettacolo delle quais illuminate che si riflettono sulla Senna. Insomma: amatela o odiatela, partite o restate qui, ma non incolpate mai Parigi di non essere quella che credevate che fosse. Come in tutti i grandi amori, siete voi che le avete attribuito quei caratteri che amavate. E come in tutti i grandi amori sta a voi imparare ad amarla con tutti i suoi difetti, o salpare verso nuovi lidi. Sapendo che Parigi, con i suoi lungosenna, le sue infinite scalinate e i suoi sempiterni amanti resta là, immutata, a incantare, attraverso mille libri, film e canzoni che parlano di lei, nuove generazioni di futuri emigranti che arriveranno con gli occhi piene di immagini cinematografiche e la valigia piena di cliché.

Share Button

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*