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Parigi Grossomodo lo dice in italiano… O almeno ci prova!

Avrei voluto fare un articolo dedicato alla stampa periodica francese. Avevo già iniziato a prendere in mano le statistiche di diffusione, a buttar giù qualche riga sulle principali testate. Quando di colpo una sensazione familiare mi ha preso allo stomaco e mi ha costretto a cancellare tutto e ricominciare da capo. La stessa sensazione che provo quando, dopo sei mesi di Petit Déjeuner LU, davanti al reparto biscotti del supermercato mi viene voglia di fare colazione con le Gocciole, o con gli Abbracci, o perfino con le loro imitazioni a marchio Coop o Conad: nostalgia di casa.

Ma quando tra quella dove vivi e quella che, nonostante tu sia partito da anni, continui a chiamare “casa” si trovano 1200 chilometri di autostrada (nonché una catena montuosa e un numero imprecisato di caselli), a cosa ti puoi aggrappare per mantenere un minimo quel senso di appartenenza del quale senti di avere bisogno? Ai sapori della buona cucina casalinga, certamente (risposta scontata); a certe abitudini (il caffé ristretto preso al bancone). E alla lingua.

Ecco perché, presa da questo inaspettato momento di nostalgia di casa ho deciso di parlare di questa bella iniziativa:

dilloinitaliano

Sicuramente ne avrete letto sulla stampa: in tre settimane la petizione lanciata da Anna Maria Testa sulle pagine di Internazonale ha raccolto più di 65 000 firme. Presentata ufficialmente durante il Convegno dell’Accademia della Crusca il 23 e 24 febbraio, la petizione #dilloinitaliano è stata salutata con interesse da diversi dei presenti. E per fortuna. Perché, sinceramente, va bene dire computer però perché la riforma del governo dovesse chiamarsi Jobs act io davvero non l’avevo capito (ma poi perché Jobs? Cioè, perché il plurale? Vabbé…).

Per chi vive all’estero, la tentazione a mescolare le lingue, specie in contesti informali, è – tra l’altro – centuplicata: alzi la mano chi non ha mai detto “demenagiare” o “partagiare”. Se poi si prende in considerazione il fatto che anche a Parigi gli anglicismi sono la grande tendenza del momento, soprattutto al lavoro, ne viene fuori un fritto misto in cui si mescolano calchi dall’italiano, prestiti dal francese e termini inglesi, per un risultato che potrebbe suonare più o meno così: “ci vediamo tuti per un verre, magari prendiamo un apero in terrasse, così facciamo un bel brainstorming e briffiamo i nuovi editor”. O anche molto peggio.

E si finisce per rendersi conto che a forza di usarle in modo improprio le parole smettono di voler dire quello che volevano dire, e ne servono di nuove (che non si sa più dove andare a pescare), per significare quello che le vecchie volevano significare.

Parlare in modo sciatto per pigrizia è un brutto vizio che una volta preso è difficile da perdere. E lo dice una che ha scritto tra i suoi buoni propositi 2015 “migliorare la mia proprietà di linguaggio”, perché a forza di pigrizia si ritrova a dover riflettere un quarto d’ora per trovare il buon termine in italiano. É bello parlare bene la nostra lingua, e scriverla bene. Il che non vuol dire non potersi permettere prestiti dalle altre lingue, perle dialettali, neologismi, commistione di registri. Quando andavamo a scuola i professori ci dicevano che perfino le parolacce hanno la loro dignità linguistica, e – se usate nel contesto giusto e in modo corretto – possono servire ad arricchire un discorso. Purtroppo spesso riflettono solo una tragica mancanza di vocabolario (e di concetti).

Insomma, queste poche linee solo per dire che noi di Parigi Grossomodo, appassionate di dibattiti linquistici fino alla nausea (la discussione intorno all’articolo da utilizzare davanti a weekend dura da quasi due anni, ma d’ora in poi potremmo scrivere sempre finesettimana…) condividiamo in pieno questa petizione.

D’ora in avanti, perciò, noi sorveglieremo in modo ancora più accurato la nostra lingua… E voi perdonateci se ogni tanto un demenagiare ci scapperà ancora!

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