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Parigi, la notte è morta?

La serata di sabato 28 marzo all’Hangar 56 è stata annullata. Basta dare un’occhiata alla pagina Facebook dell’evento per rendersi conto che non c’è nulla di cui stupirsi: 11.000 partecipanti previsti. Che poi, si sa, il mondo è pieno di falsi partecipanti ad eventi Facebook, persone virtualmente dotate del dono dell’ubiquità, ma tant’è, anche se le presenze reali fossero state soltanto la metà, o un terzo o un quarto, sarebbero bastate a far esplodere il quartiere. Comprensibile dunque la decisione degli organizzatori.

Mi sono, par ailleurs, interrogata su quegli 11.000 parigini a cui quella sera, ma anche eventualmente altre sere, sarebbe tanto piaciuto far festa come si deve in un bello squat di tre piani con tanta bella musica e senza selezione all’entrata, intramuros ma senza svenarsi.

E mi sono ricordata di un articolo che avevo letto qualche settimana fa su “Liberation Next” on line. Ci ero finita per caso, perché Hidalgo lo aveva postato sulla sua pagina Facebook compiacendosi di come la notte parigina, data per spacciata qualche anno fa, stia vivendo una nuova giovinezza. Nel suo pezzo il giornalista enumera locali e nomi di dj sulla cresta dell’onda, cita una classifica dei 25 migliori club in Europa secondo The Guardian, in cui compaiono alcuni nomi della notte parigina e si attarda soprattutto a discorrere dell’ultimo Weather Winter. Fa riferimento alle free parties e alla nascita della French touch e ridisegna questa fantomatica rinascita della scena elettronica parigina come un ritorno alle origini, ma in versione ripulita, inquadrata, nei ranghi, tanto da meritarsi il sostegno della Mairie (ed ecco spiegato l’improbabile post di Hidalgo), visto che, pare, iniziative come il Weather Fest attirino il turismo festivo. In definitiva, pare dire l’autore, Parigi non avrebbe dunque nulla da invidiare a Londra o Berlino.

Dimentica però un piccolo dettaglio: il prezzo. Andiamo insieme a scoprire quanto costa un pass di 3 giorni per la prossima edizione estiva del festival: 107 euro. E un’entrata per la serata del sabato? 62 euro. Sapendo che in più, mi dicono, l’anno scorso la pinta era a 9 euro. È abbastanza indicativo il fatto che tale Salvatore Firinu ritenga opportuno fare pubblicità alla sua attività di strozzinaggio inquinando i commenti alla pagina dell’evento con questo candido messaggio: “Je met a votre disposition des prêts allant jusqu’à 800000 euros selon votre besoin. Si intéresser contacte pour plus d’information :”, seguito dal contatto. E soprassediamo sulla grammatica.

Anche in tempi normali, diciamo hors festival, per una serata con musica decente a Parigi bisogna contare almeno una ventina d’euro per il biglietto d’ingresso e un rene per le consumazioni. Perché? Perché a Parigi una scena alternativa non esiste? E anche quando esiste, e funziona, l’impressione è che ci venga rubata, per essere tirata a lucido, spennellata di bianco, pettinata e rivenduta più cara?

E’ vero, a Parigi la notte non è morta, ma solo se te la puoi permettere.

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1 Comment on Parigi, la notte è morta?

  1. Dettaglio non trascurabile, all’origine del Weather sono gli stessi che hanno fondato la Concrete.
    Intervista un po’ datata ma interessante ai due giovani imprenditori : http://style.lesinrocks.com/2014/03/26/le-weather-festival-est-le-prolongement-logique-de-la-concrete/

    Si l’enthousiasme et la passion paraissent sincères, je souris gentiment quand je lis « On est tous des mecs de banlieue, ici. », « A la Concrete, tout le monde peut entrer. » ou quand ça parle de désenclaver les banlieues et de projet social derrière la musique électronique.

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