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Paris Photo vs Libération

HCB_CinaCominciato in anteprima con Photo Quai, un’esposizione dei lavori di una quarantina di fotografi internazionali, Europa esclusa, continuato in grande stile con il successo della mostra Genesis di Salgado alla MEP e le ultime novità tecnologiche al Salon de la Photo, corredato da un’infinità di iniziative come i Rencontres photographiques du 10ème o il Festival Photo Saint-Germain des Prés, questo autunno fotografico a Parigi ha raggiunto il suo climax durante il lungo fine settimana appena trascorso. Un vernissage privato al Grand Palais mercoledì sera ha dato inizio all’evento più atteso della stagione, Paris Photo, che ha aperto al pubblico l’indomani, seguito da Fotofever al Carrousel du Louvre e da Photo Off alla Bellevilloise.

Lo stesso giorno il quotidiano “Libération” è uscito, per la prima volta nella sua storia, senza immagini. Al loro posto, i riquadri lasciati in bianco. Un’assenza assordante ideata per attirare l’attenzione sul pessimo stato di salute del fotogiornalismo e, volutamente, in concomitanza l’inaugurazione di Paris Photo, la fiera dedicata ai collezionisti, che invece ha parso godere di un ottimo successo: 55 239 visitatori, cifre in leggero rialzo rispetto all’anno scorso, prezzi più alti, dai 400 al milione di euro, che dimostrano come il mercato artistico della fotografia stia vivendo un momento di stabilità e dinamismo, come afferma Matthieu Humery, direttore del dipartimento fotografia di Christie’s, in un’intervista all’Express.

Quindi, mentre la fotografia da salotto si crogiola nell’abbondanza, tra soldi, pubblico, assegni formato A4 e cifre a molteplici zeri, il fotogiornalismo s’accascia, moribondo, e, insieme a lui, le immagini documentarie, di attualità e di guerra, l’informazione, la testimonianza visuale indispensabile a spiegarci il mondo. E mica lo dico io. A parte la presa di posizione di Libération, che tra l’altro è un po’ come se Marchionne entrasse in sciopero contro l’apertura di sedi Fiat all’estero (cit.), è la Scam (Société civile des auteurs multimédia) ad aver pubblicato a inizio novembre i risultati di un’inchiesta che, cifre alla mano, mostra quanto sia critica la situazione del giornalismo in generale e del fotogiornalismo in particolare. L’esempio più eloquente: fra i reporter di guerra che hanno risposto al sondaggio, due su tre hanno un legame con l’immagine, ma, se in linea generale i giornalisti che coprono un evento bellico guadagnano in media di più rispetto agli altri colleghi, il salario di un fotografo di guerra su due e di un regista su tre resta uguale o inferiore allo SMIC (13 000 euro netti all’anno). Cioè vuol dire che vai, rischi la vita, tra l’altro molto di più rispetto ai colleghi del giornalismo scritto, perché, zoom o non zoom, tu il tuo soggetto lo devi fotografare o filmare senza niente in mezzo, (“se le vostre foto non sono abbastanza buone, non siete abbastanza vicino”, diceva Robert Capa, pace all’anima sua), insomma stai nel pieno dell’azione, accanto ai soldati, ti fai un culo così, ma rimani sempre l’ultimo stronzo malpagato.

Ora, senza per forza arrivare alla fotografia di guerra, con questi dati sottomano, Paris Photo che eccelle e Libé che protesta, non si può fare a meno di farsi quattro domande, soprattutto se sei reduce da un venerdì trascorso a girare per saloni e da un weekend a Photo Off, a fare public relations per conto di un amico fotografo. Io sto là, vedo la gente che mi rimane impressionata davanti alla foto paracula dello stormo di uccelli e nessuno che voglia comprare la mia preferita della vecchia rom, e mi incazzo. E mi dico che non ci siamo proprio. Poi qualcuno arriva e, tirando un sospiro di sollievo, si guarda intorno e mi dice che finalmente qua c’è una bella atmosfera, che a Paris Photo non si poteva stare e che di tutta quella fotografia estetizzante, concettuale, surreale, iperritoccata, astrusa, pigra e senza contenuto non se ne può più, che qui finalmente si ritrova il reportage, il reale, l’umano. Eh sì, c’hai ragione pure te, non sai quanto sono d’accordo, però tu te la metteresti in salotto la foto della vecchia rom? No. Perché non è quello il suo posto.

Dice che va di moda Man Ray, che il surrealismo è tornato di grande tendenza nel mercato dell’arte e che quelli a cui piace sono i più ricchi di tutti, per cui le opere surrealiste costano più delle altre. Ma prendetevele, compratevi lo stormo di uccelli e anche le foto degli alberi, i primi piani sulle mele e anche tutte le vostre schifezze kitsch. Hanno ben visto Magnum e Vu a farsi la loro bella gallerietta pochi anni or sono, che almeno così si tirano fuori quattro soldi, ma non è lì che devono stare. La fotografia reale, vera, umana, sociale, impegnata deve stare al suo posto, sulle riviste, nei quotidiani, sui magazine on line, deve essere bella e raccontare una storia, deve spiegare, farci riflettere, commuoverci, farci incazzare. È per questo che attaccata in salotto non ci azzecca una ceppa.

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2 Comments on Paris Photo vs Libération

  1. E brava Silvia! un bon coup de gueule come si dice qui…

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