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Paul Klee, L’ironie à l’oeuvre

Eccoci qua, come promesso, vi diamo il resoconto del nostro viaggio onirico-culturale al vernissage dell’expo dedicata a Paul Klee, che apre il 6 aprile e si protrarrà fino al 1 agosto 2016, al Centre Pompidou.

Questa qui è la seconda retrospettiva, sul suolo francese, di Paul Klee (per chi non lo sapesse ma vuole fare il/la figo/a, attenzione a pronunciarlo “Pàul Klé” e non “Pol Kli”!), ed arriva esattamente 47 anni dopo la prima, organizzata al Musée d’Art Moderne nel 1969. Insomma, ce n’è voluto di tempo per farlo tornare a Parigi. E lo crediamo bene… rimettere insieme i pezzi di un puzzle così enorme non è impresa facile!

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Personaggio molto bizzarro, bravo, bello è stato difatti anche molto prolifico, avendo realizzato circa diecimila opere, oggi sparse in tutto il mondo tra vari musei e collezioni private. Ma se non tutte e diecimila ovviamente sono presenti al Centre Pompidou, poco ci manca. La retrospettiva, curata da Angela Lampe, che ce l’ha spiegata per benino con il suo accento molto tetesco, contiene infatti 250 opere dell’artista e ripercorre, in sette capitoli, la storia della sua vita, della sua morte e dei suoi miracoli in maniera piuttosto completa. Prendetevi dunque almeno due ore di tempo per vederla con calma, ne varrà la pena e farete almeno fruttare il biglietto, che costa comunque 14 euro.

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Sin dagli inizi della sua carriera, è evidente lo spirito avanguardista e controcorrente di Klee. Ce l’ha sempre con tutti (come biasimarlo?!), e li sfotte allegramente! La colla (che peraltro usa pure per dipingere) del suo stile è perciò sempre l’ironia, la dissacrazione, la metafora, il contrario. Sotto l’influenza del cubismo, Klee “scompone” la realtà, trasferendola sulla tela in maniera volutamente casuale, criticando anche Bauhaus, of course, perché per lui la “soggettività creativa” è l’elemento primario, mentre la razionalità absolutely not!

Insomma, per Klee “decostruire is the new costruire”, e rappresenta un elemento necessario per tornare alle radici dell’arte stessa. Secondo lo stesso principio, vengono affrontati anche i temi della meccanizzazione della società e delle guerre che attraversano l’Europa e il mondo intero nella prima metà del secolo, periodo in cui gli esseri umani diventano inquietanti marionette, brutte e cattive, al servizio della violenza.

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Le due perle: 1) Influenzato dal surrealismo di Picasso (che però mal sopporta), Klee a un certo punto inizia a dipingere, in grandi formati, le stesse figure femminili dagli occhi sproporzionati e le fisionomie biomorfe care a Pablo… Ma giusto per far capire a quest’ultimo che è un cretino (parafrasiamo, ma è un po’ quello che ci ha detto Angela). 2) Turbato dal nazismo e da una malattia che gli impedisce di lavorare come dio comanda, Klee non trova altro modo per dipingere la realtà degli anni ’30, se non come un bambino. Le ultime opere dunque sono segnate da un ritorno al basilare, alle forme elementari. La sua maniera di reagire alla pesantezza di quella situazione è, ancora una volta, contrapporsi alla complessità agendo per contrari, e sognando un mondo semplice e leggero.

Bello, no?! Siccome non ci piace spoilerare, ci fermiamo qui. Anche perché, come ci insegna il caro Pàul, è il soggettivo che conta! Perciò, armatevi di scarpe da ginnastica e occhiali da presbite e correte alla mostra!

« PAUL KLEE, L’ironie à l’oeuvre », Centre Pompidou, dal 6 aprile al 1 agosto 2016

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