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Rencontres d’Arles 2016, un’estate in fotografia

Con un numero di abitanti che sfiora di poco i 50.000, un fiume, il Rhône, che ne delimita pigramente il centro storico, le arènes e la corrida a sottolinearne le ancestrali tradizioni di capitale della Camargue, Arles potrebbe essere una cittadina del Sud charmante come molte altre, se non fosse che 47 anni fa, un trio composto da un fotografo, uno scrittore e uno storico decise di fondarvi un festival. Era il 1970 quando Lucien Clergue, Michel Tournier e Jean-Maurice Rouquette intrecciarono il futuro di Arles con quello della fotografia. Da allora, ogni estate il centro storico di questa cittadina provenzale si trasforma per fotografi e appassionati in quello che una cantina è per un amante del vino.

rencontres arlesGiunti alla loro 47° edizione, i Rencontres d’Arles ospitano quest’anno una quarantina di mostre dislocate in più di una ventina di spazi espositivi, fra chiese, teatri antichi e complessi moderni. Gli incontri, quelli, sono concentrati più che altro durante la prima settimana, ma durante tutto il corso del festival, settimana per settimana, vengono proposti degli stage di fotografia dedicati ai professionisti ma anche ai principianti.

Diversi sono i filoni intorno ai quali si srotola l’edizione di quest’anno del festival.

A chi aveva apprezzato i ritratti del maliano Seydou Keïta al Grand Palais piacerà la serie di esposizioni che, raccolte sotto il titolo “Africa Pop”, propongono una panoramica su alcuni degli aspetti più sorprendenti della fotografia e della cultura africana: immagini che arrivano direttamente dagli anni ’60, l’epoca dello swing a Bamako; scatti che ritraggono il favoloso mondo di Nollywood, l’industria del cinema nigeriano, seconda al mondo dopo l’India; fotomontaggi azzardati che indagano i punti di contatto fra Africa ed Europa.

eamonn doyleInevitabile riproporre alcuni dei grandi classici americani quando si vuol parlare di street photography: è così che in questo filone troveremo fotografi come Sid Grossman e Garry Winogrand affiancati alle proposte più recenti, fra le quali ci hanno convinto in particolare Ethan Levitas e Eamonn Doyle (il nostro coup de coeur di Arles 2016).

hara kiriDa non perdere la retrospettiva dedicata ad Hara Kiri, la rivista scandalosa e irriverente da una cui costola nacque più tardi Charlie Hebdo: tante sane risate assicurate.

Si continua con atmosfere da Camargue western, paesi lontani e la satira della pubblicità.

Un paio di chicchette che abbiamo scovato: “Radicalia” di Piero Martinello, giovane fotografo veneto per cui “stile di vita radicale” è un concetto dai molteplici significati, la maggior parte inattesi; e “Restriced Areas” di Danila Tkachenko, che della natale ex-URSS è andata a scovare i luoghi segretissimi e abbandonati simbolo delle mire interspaziali e della volontà di potenza dell’ex regime comunista negli ultimi anni del XX secolo.

Semplicemente divina la mostra dedicata a Don McCullin.

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