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Riappropriamoci del rooftop!

© French Freerun Family

© French Freerun Family

Quando, nel 2013, aprì Le Perchoir, era la prima volta che a Parigi un tetto faceva così tanto parlare di sé. Mesi prima della sua apertura ufficiale in cima a un anonimo edificio dell’11° arrondissement, quando si era ancora lontani dal sospettare che un giorno il newyorkese #rooftop sarebbe diventato il nuovo trending topic della Parigi branchée, in orario di aperitivo gli aspiranti avventori si radunavano a flotte sul marciapiede di rue Crespin du Gast, decisi a passare indenni attraverso le forche caudine della selezione all’ingresso, rimanendo il più delle volte incarogniti e delusi dinanzi alla stoltezza del videur di turno.

Da allora, il parigino di #rooftop non fa che riempirsi la bocca e storce il naso alla prospettiva di un aperitivo senza vista Tour Eiffel. O almeno così pare a giudicare dalle tonnellate di articoli che la stampa lifestyle ha dedicato al volgarmente denominato bar sul tetto, un po’ meno a leggere i commenti che di tali luoghi lasciano in calce i clienti, con parole poco lusinghiere in merito al servizio, all’attesa, ai prezzi e alle misteriose e insulse ragioni del rifiuto all’entrata.

Eppure quella per i tetti è una passione nata ben prima che l’anglofono rooftop entrasse a far parte del vocabolario della capitale e fino a qualche anno fa scalare un immobile per andare a riveder le stelle era attività a cui parevano più propensi giovani banlieusards incoscienti oppure signori attempati dai muscoli d’acciaio e il cervello picchiatello. I fanatici di stansmith e brunch della domenica mattina scalpitavano ancora per una banale terrasse al sole.

A giudicare dalle strampalate prodezze della French Freerun Family, ereditari di quel David Belle che insieme agli Yamakasi inventò il parkour alla fine degli anni ‘90, o a inseguire le stravaganze di Hors Humain che ancora a settant’anni si diverte a saltare la corda sulle tegole e a improvvisare ritmi suonando i comignoli con le mani, il tetto è uno stile di vita, un modo per evadere, ricercare l’aria, la libertà, il silenzio.

Anche senza andare a scomodare tali illustri signori delle alture parigine, la vista Tour Eiffel è un diritto di cui godere senza necessariamente passare attraverso la supplica al buttafuori, i tacchi all’ultima moda e il cocktail a 12 euro, basta un pizzico di arguzia e un po’ di spirito d’avventura. Se ormai tutti hanno almeno sentito parlare di famigerate feste nelle catacombe, di magici tombini che conducono alla scoperta di una Parigi sotterranea, di spedizioni notturne armati di torcia e stivaloni da pesca, anche lassù, al calar della sera, c’è chi osa sfruttare il potenziale di un altro misconosciuto e inesplorato spazio in disuso: i tetti. Spesso basta trovare il modo di raggiungere il lucernario, a volte sono indispensabili i favori del concierge, detentore della chiave magica, nei casi più fortunati la scala è lì, senza neanche bisogno di chiederlo. Manco a dirlo, l’avventurosa impresa è ai limiti della legalità, ma, in fondo, se c’è addirittura chi domanda che i tetti di Parigi entrino a far parte del patrimonio dell’umanità, che male può fare una piccola innocente marachella?

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