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Suite Francese, le storie all’interno della Storia

SuiteI profughi erano troppi. Troppi i volti stanchi, lividi, sudati, troppi i bambini che piangevano, troppe le bocche tremanti che chiedevano: “Sapete dove si possa trovare una camera? Un letto?”, “Potrebbe indicarci un ristorante, signora?”. Tutto questo toglieva la voglia di mostrarsi caritatevoli. Quella folla miserabile non aveva più niente di umano, somigliava ad un branco di animali in rotta.

No, non è una cinica cronaca degli sbarchi di migranti, come si chiamano oggi (per una sorta di pudore fuori luogo) i profughi. Gli sfollati dipinti in queste righe sono francesi: una parte di quei milioni di francesi che tra il maggio e il giugno del 1940 si riversarono sulle strade, prima alla volta di Parigi e poi verso il sud del Paese, quando le truppe tedesche iniziarono la loro avanzata inarrestabile verso la capitale.

Irène Némirovsky iniziò la scrittura di Suite Francese negli anni della seconda guerra mondiale, sulla carta di pessima qualità del tempo di guerra e scrivendo il più piccolo possibile per risparmiare l’inchiostro. L’autrice, che godeva – prima della guerra e del divieto di pubblicazione per gli autori non ariani – di un discreto successo in patria e all’estero, sognava un romanzo diviso in cinque movimenti. Come una sinfonia: “Se conoscessi meglio la musica – annota sul suo diario durante la scrittura del romanzo – credo che questo potrebbe aiutarmi”. Cinque movimenti che dovevano tratteggiare un affresco unico della seconda guerra mondiale, dalla Francia battuta ed umiliata fino alla pace (la quinta parte dell’opera doveva chiamarsi, secondo gli appunti della scrittrice “Pace”, ma accanto al titolo provvisorio la Némirovsky aveva cautamente apposto un punto interrogativo). Un affresco nel quale i destini individuali si incrociavano sullo sfondo del cambiamento di un’epoca, e i personaggi delle più diverse estrazioni sociali si trovavano a prendere parte alla lugubre ballata della Storia.

Ma Irène Némirovsky era una russa bianca d’origine ebraica, per cui di questo mastodontico progetto non ci restano che le prime due parti, perché nel luglio del 1942 fu deportata ad Auschwitz dove poche settimane dopo trovò la morte in una camera a gas. Il ritrovamento della sua opera incompiuta e la storia della sua pubblicazione hanno del romanzesco e hanno creato un caso letterario di un certo successo una volta che Suite Francese è stato pubblicato e ha trovato posto nelle librerie.

Il lettore che si avvicina al testo della Némirovsky è avvisato: l’opera è incompleta, ma la frustrazione di non sapere “come andrà a finire” è ripagata dal piacere estetico della lettura, dal ritmo del racconto e dal montaggio perfetto delle scene. Il tono alle volte eccede nel lirismo fino a sfiorare il sentimentale, è vero, ma si tratta di un difetto in fin dei conti perdonabile perché vi si legge, in controluce, una reale commozione di fronte al destino di quei piccoli esseri insignificanti che sono gli uomini.

La prima parte, Tempesta di giugno, (la meglio riuscita nell’opinione di chi scrive) è costituita dalla narrazione per quadri delle vicessitudini di una serie di personaggi diversi nella folle fuga da Parigi durante il giugno ’40, mentre la seconda (Dolce) racconta l’occupazione tedesca in un piccolo villaggio della campagna francese.

Impossibile – ed inutile – cercare in questa sede di dirimere le diverse vicende per tentare di rendere un’idea della complessità umana dell’opera. Quello che emerge, però, al di là delle differenti storie di questa brulicante umanità così gretta, così meschina – e al tempo stesso così capace di atti di altruismo o di abnegazione così alti – è l’intuizione della sorte comune dell’umanità. La coscienza della Storia.

Ed è forse questo che rende così commovente, così necessario, leggere oggi questo testo incompiuto: ritrovare la capacità di guardare alla Storia con gli occhi lucidi e il cuore sgombro dai pregiudizi e dalla morsa dell’attualità. In un periodo storico in cui la nostra Europa si riscopre spaventata, razzista e divisa; in cui i politici e aspiranti tali non si peritano di alzare i toni fino all’esasperazione dipingendo a tinte fosche il nostro domani; leggere delle storie che fanno parte della Storia (la nostra storia direbbe qualcuno) è una cura contro l’insopportabile vocìo del quotidiano.

Quella gente intorno a lui credeva che la sorte si accanisse in particolare su di loro, sulla loro disgraziata generazione, ma lui ricordava che gli esodi si erano sempre verificati, in ogni periodo. Quanti uomini erano caduti su quella terra (come su tutte le terre del mondo) piangendo lacrime di sangue, fuggendo il nemico, lasciando città in fiamme, stringendosi al petto i figli… Eppure nessuno aveva mai pensato a tutti quei morti con partecipazione affettuosa

Come dire, se la Storia ci insegna qualcosa, è che la Storia non va mai presa sul personale.

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