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Disegnami un parigino!

dessine-moi-un-parisien-186x300 È vero, lo abbiamo già detto più e più volte. Parigi parla sempre di Parigi, nel bene e nel male… E questo libro non fa eccezione: diviso in capitoli tematici (Le mot putain, le sushi, le PSG, les américains, se plaindre…) prende in considerazione tutti i cliché e le idiosincrasie dei parigini, che siano dei purosangue o (come la maggioranza degli abitanti della capitale) che abbiano “delle origini” (eufemismo tipico francese per indicare chiunque non discenda dai galli, che appartenga alla terza generazione di immigrati o che sia arrivato da una settimana e ancora stia litigando con la r alla francese).

 Niente di originale, quindi, lo ammettiamo: però l’autore sa il fatto suo, e in modo leggero e divertente mette alla berlina quei tic, quei difetti e quelle fissazioni tipiche dei parigini che spesso finiscono per definirli come tali. Ironia spesso bonaria, senza quell’astio che alle volte rende pesante la lettura di questo tipo di pubblicazione: si ride qualche volta, si sorride spesso. Ad esempio nel capitolo sulle targhe: il parigino giudica un automobilista dal numero del dipartimento impresso sulla targa, sta alla larga dai 93 e si fregia della sua targa col 75 stampato solo come di un blasone reale. Oppure nel capitolo sulle lamentele (primo grande passatempo dei parigini), o ancora in quello sui sushi (ne avevamo parlato anche noi di questa fissazione per il sushi, ricordate?). Qualche capitolo finisce anche per dare qualche spunto di riflessione; quello sugli amici ad esempio. Gli amici dei parigini appartengono a due gruppi: les amis du Lycee, les amis de la fac. Il resto del mondo li interessa relativamente poco, almeno in termini di amicizia. Ecco perché è quasi impossibile fare amicizia con un parigino di più di 23 anni. L’unica soluzione, dice l’autore, è mettersi con un parigino e restare amici dopo la rottura… Ma non ne vale troppo la pena: la città è talmente piena di stranieri e provinciali pronti a fare amicizia tra loro che non sentirete proprio la mancanza dell’affetto degli indigeni!

 Insomma, un libro superficiale ma divertente, da sfogliare in metropolitana, per avere sott’occhio la “fauna” di cui parla l’autore. Ogni capitolo si conclude con un consiglio per non diventare troppo parigini e per una frase tipicamente indigena. Secondo me la parte più gustosa del libro: leggendole si conferma l’impressione che chiunque sviluppa dopo qualche tempo, che questi benedetti parigini parlino proprio tutti uguali. Un esempio? “No, mais putain… Ce n’est pas possible, bordel!” Alzi la mano chi non l’ha sentito dire almeno cento volte dal vicino in metro che litiga al telefono.

Dessine-moi un parisien

Olivier Magny

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