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Raymond Queneau, Zazie dans le métro

Non è facile scrivere la recensione di un libro come Zazie dans le métro: si dovrebbe forse, come in tutte le recensioni che si rispettino, iniziare dalla trama… Ma la storia che Queneau ci presenta non ha nulla della linearità della trama di un romanzo classico, assomiglia più a un pretesto… Perfino il titolo rappresenta in un certo senso una trappola per il lettore: Zazie, vispa pre-adolescente sbarcata a Parigi dalla provincia, il metrò non lo prenderà proprio… Almeno fino alla fine del racconto!

Zazie_metro

Un fotogramma del film Zazie dans le métro di Louis Malle (1960)

Il libro di Queneau, se da un lato si dà l’apparenza del « romanzo » (narrazione diacronica, unità di luogo e azione, narratore onniscente) dall’altro opera una chiara decostruzione di questo modello: i personaggi cambiano identità a seconda delle situazioni nelle quali si trovano, il linguaggio stesso (e che linguaggio!) si fa quasi materia, si fa quasi personaggio e non descrive più; crea, lacera, divide.

Il romanzo si apre a Gare d’Austerlitz, dove Gabriel aspetta l’arrivo della nipotina Zazie e di sua madre Jeanne: le due, venute dalla provincia, passeranno un finesettimana a Parigi. Jeanne trascorrerà il finesettimana con il “ganzo” e lascerà al fratello il compito di occuparsi della piccola Zazie, che – entusiasta di essere a Parigi ha un solo desiderio: prendere la metropolitana. Un desiderio che sarà però obbligata a veder frustrato perché il personale è  in sciopero e la metropolitana è chiusa. Le pagine che seguono narrano le incredibili scorribande della ragazzina, sfuggita al controllo dello zio e di sua moglie Marceline, i suoi incontri con dei personaggi surreali, in un continuo crescendo (lo zio la ritrova, ma questo, invece di calmare le acque, aumenta la confusione e accelera ancora di più il ritmo del racconto) che porta ad una rissa finale completamente assurda ma divertentissima. Non vi dico di più della trama perché è un vero e proprio scoppiettio di colpi di scena che vale la pena scoprire nel corso della lettura.

I due elementi che contribuiscono in modo decisivo al fascino dell’opera di Queneau sono la scelta della lingua e la città di Parigi: quelli che potrebbero essere semplicemente degli strumenti “tecnici” (il linguaggio, lo sfondo) diventano preponderanti fino quasi a trasformarsi in personaggi del libro. Queneau rivendica in questo testo (ma non solo) il diritto a rinunciare alla lingua libresca dei romanzi, una lingua che esiste solo nei testi letterari, e di impossessarsi del “francese parlato per davvero”: ed ecco che nel testo fioriscono anglicismi trascritti secondo la parlata popolare (oddio quanto m’hanno fatto ridere i “bloudjinnzes”!), anacoluti (“Gabriel lui son boulot commençait pas avant les onze heures”), intere frasi in argot e veri e propri errori di grammatica o sintassi. Ma Queneau non è certo un realista che si limita a trascrivere il ciaccolare dei quartieri popolari: il poeta – come scriveva Palazzeschi – si diverte, e allora giù d’arcaismi, latinismi e altri termini aulici, fino ad arrivare fino all’invenzione di neologismi e di “parole-frasi”. Parole-frasi come quella che apre il romanzo, inserendoci subito nel prosaicissimo flusso di pensieri di Gabriel che si domanda come la gente possa puzzare tanto: Doukipudonktan (D’où est-ce qu’il pue donc tant ?).

Ma quello che conquista nel libro di Queneau è anche la descrizione di una Parigi all’epoca (siamo alla fine degli anni ’50) ben viva e adesso, per certi aspetti, quasi scomparsa. La Parigi che, uscita dalla guerra e dall’umiliante occupazione tedesca, continua a vivere nei quartieri popolari brulicanti di umanità e di vizio. Queneau, in questo, non risparmia niente e nessuno, e il suo libro è un attacco al cuore dell’ipocrisia della Parigi piccoloborghese degli anni ’50. Nessuno dei personaggi di Queneau è un eroe, forse neppure un buono! Sotto l’occupazione, alla fine, “non si stava poi tanto male”, specie per quelli che riuscivano a tirare su la grana facendo affari al mercato nero. Il grosso del racconto si svolge tra les Halles e Pigalle, passando da Strasbourg Saint Denis e Boulevard Sebastopol, in un sottobosco urbano popolato da puttane, pedofili, flics ambigui e vedove ninfomani. Tutti raccontati in modo impietoso ma forse per questo tutti simpatici: come la giovane Zazie, volgare, bugiarda e maleducata ma alla fine  – proprio per questo -irresistibile.

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