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Riforma delle pensioni in Francia: che cosa prevede?

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Se è da qualche anno che ormai vi spostate in bicicletta e vi sembra di aver preso questa abitudine con il lockdown, forse dimenticate che appena qualche settimana prima di sentir parlare di Covid19 a Parigi si cominciavano già a cercare delle alternative ai trasporti pubblici, mentre qualche anziano collega ricordava con nostalgia il mitico 1995 quando, in una Francia paralizzata da uno sciopero di tre settimane, la gente andava al lavoro a piedi o facendo l’autostop¹.

A fine 2019, infatti, Emmanuel Macron ci aveva già provato a riformare il sistema delle pensioni, ma una grossa mobilizzazione e, qualche settimana più tardi, l’arrivo dell’epidemia lo avevano costretto a rinunciare.

Messi da parte i punti più controversi di quel progetto di riforma e anche la sua promessa di campagna di far slittare l’età pensionabile a 65 anni, il rieletto presidente torna all’attacco nel 2023. In una conferenza stampa tenutasi martedì 10 gennaio, la presidente del governo Élisabeth Borne, spalleggiata dal ministro del lavoro Olivier Dussopt, ha presentato un nuovo progetto di legge che intende modificare il sistema pensionistico francese. Anche questa volta, però, i “gaulois réfractaires” sembrano non essere d’accordo, come testimoniano diversi recenti sondaggi e i sindacati nemmeno, che, cosa più unica che rara, per una volta sono tutti d’accordo e per questo giovedì 19 gennaio hanno lanciato una prima giornata di scioperi e manifestazioni, seguita sabato 21 da una seconda mobilizzazione indetta da diverse organizzazioni giovanili e dal partito de La France Insoumise.

Che cosa prevede dunque questo nuovo progetto di riforma delle pensioni?

Il primo punto che proprio non va giù né ai sindacati, né alla maggior parte dei partiti di opposizione, né, pare, alla maggioranza dei francesi, è lo slittamento progressivo dell’età pensionabile a 64 anni, contro gli attuali 62. Secondo la riforma, il passaggio avverrà gradualmente a un ritmo di 3 mesi supplementari all’anno fino ad arrivare al traguardo dei 64 anni nel 2030. Allo stesso ritmo aumenteranno anche le annualità di lavoro richieste per poter andare in pensione a tasso pieno, che passeranno dalle attuali 42 alle 43 nel 2027.

Qualche avanzamento è previsto per le cosiddette “carrières longues”: le persone che hanno cominciato a lavorare tra i 14 e i 16 anni potranno andare in pensione a 58 anni, mentre chi ha cominciato prima dei 16 a 60.

Emmanuel Macron e il governo Borne sembrano aver fatto un gesto anche nei confronti dei pensionati più modesti, sia attuali che futuri, che vedranno la loro pensione aumentare all’85% del salario minimo, ossia a circa 1200 euro mensili. Secondo Mediapart³, però, i fortunati a poter beneficiare di questo aumento saranno davvero in pochi, perché questa misura si rivolge soltanto a coloro che prendono la pensione minima a seguito di una carriera completa. In altre parole, godranno della misura soltanto le persone che hanno lavorato ininterrottamente per tutta la loro carriera e senza mai ricevere uno stipendio più alto dello SMIC (lo stipendio minimo), situazione abbastanza improbabile.

Un’altra novità della riforma riguarda i cosiddetti “régimes spéciaux”, ossia i fondi pensione specifici di alcuni settori, come per esempio la RATP o l’industria energetica. Finora questi regimi speciali hanno consentito, fra le altre cose, a certe categorie di lavoratori di partire in pensione prima dell’età pensionabile del regime generale a causa della particolare gravosità delle mansioni svolte, ma il governo intende sopprimerli. Il cambiamento, però, interesserà soltanto le assunzioni successive al 1° settembre 2023.

Perché questa riforma?

Da giorni il governo va martellando le ragioni di questa riforma: riequilibrare i conti per salvare l’attuale sistema per « répartition », quello che prevede siano gli attivi a finanziare le pensioni degli anziani tramite i contributi in busta paga. «Viviamo più a lungo, perciò dobbiamo lavorare più a lungo» è diventato il mantra di Borne e degli altri ministri.

Perché no a questa riforma?

I detrattori della riforma, però, puntano il dito contro quella che secondo loro è una scelta eminentemente politica anche se presentata come una faccenda meramente aritmetica. Si sarebbe potuto scegliere, infatti, di aumentare, anche di poco, l’ammontare dei contributi mensili senza toccare l’età pensionabile, oppure di tassare altrove, ma il governo ha preferito rimanere fermo sulla sua volontà di non aumentare le imposte. Anche il fatto stesso di voler riequilibrare i conti è una scelta politica, tanto più che i calcoli sull’aumento del deficit del sistema pensionistico sembrano un po’ troppo pessimistici.

Il dibattito sulle pensioni, poi, apre una riflessione più ampia sul senso del lavoro nella nostra società. Quanto tempo della nostra vita trascorriamo in attività remunerate, ma insensate, noiose, nocive per noi, per gli altri o per l’ambiente? Quanto tempo togliamo, lavorando, ad attività più belle, utili e appaganti, come per esempio occuparci di bambini e anziani, impegnarci in un’associazione o semplicemente leggere, studiare, scrivere e andare a zonzo?

 

1) “Grève de 1995 : les 3 semaines qui ont marqué la France“, video Youtube de “Le Parisien” consultato il 18/1/2023 alle 21:35.

2) “Retraites: une large majorité de Français hostile à la réforme, selon plusieurs sondages“, video BFMTV, pagina web consultata il 17 gennaio 2022 alle 15:53.

3) “Le mirage des petites retraites à 1 200 euros“, Médiapart, articolo consultato il 18/1/2023 alle 21:38.

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