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Digital detox e meditazione, il nuovo mercato delle app

Qualche tempo fa avevo installato un’estensione su Google Chrome che limitava a mezz’ora al giorno il tempo che potevo passare su Facebook. Vuoi che le conversazioni di gruppo su Facebook sono al primo posto per cronofagia, vuoi che il cazzeggio brutto e cattivo è una delle attività che pratico con più dedizione, questo mio ammirabile slancio di autodisciplina non ha dato i risultati sperati. In altri termini, due giorni dopo l’installazione la saggia estensione di Chrome era già stata disinstallata.

Soluzioni estreme… Per comprarne poi uno nuovo, ma del modello più recente!

Certamente il povero programma, disinstallabile con un semplice click del mouse, non era abbastanza potente per sopravvivere all’indisciplina di una trentenne mediamente connessa. Forse avrei dovuto scaricare l’applicazione Timewaste Timer, che ti fa pagare un dollaro ogni volta che superi l’ora quotidiana concessa ai social media. Oppure una di quelle applicazioni che bloccano il telefono se quest’ultimo è troppo sollecitato dall’utilizzatore. O ancora il software (sicuramente in fase di programmazione) che lancia l’autodistruzione del tuo pc portatile dopo un quarto d’ora passato a sfogliare gli album fotografici dei tuoi compagni delle elementari.
Insomma: il nuovo mercato per tutte le startup del mondo è la digital detox. Dopo esserci drogati coi social (che a quanto pare sviluppano dipendenza), arrivano a salvarci – diolibenedica – i venditori di detox digitale. Ovviamente il tutto passa attraverso un’app, altrimenti che gusto c’è?
Avete capito l’antifona: passiamo tutti troppo tempo davanti ai computer, ci connettiamo troppo, perdiamo troppo tempo sui social network e soprattutto non riusciamo a controllarci. Come alcolisti che guardano con orrore svuotarsi la bottiglia, noi vediamo passare i minuti della nostra pausa pranzo sull’orologio in basso a destra dei nostri schermi, e non abbiamo visto tutto, letto tutti gli articoli che volevamo leggere, commentato tutte le foto, condiviso la canzone che ascoltavamo stamattina alla radio. Andiamo in bagno con lo smartphone in mano e invece di dedicare il tempo della ritirata alla nobile lettura delle brevi sui quotidiani scorriamo compulsivamente la schermata di Pinterest, tra I 50 viaggi da fare una volta nella vita, I 100 usi del bicarbonato di sodio e i 10 consigli per sviluppare la Mindfulness.

Fastidiosi unicorni ovunque, spesso accompagnati da fastidiose frasi « motivazionali »

La Mindfulness, per chi non lo sapesse, è il nuovo graal, è l’obiettivo ultimo della generazione Y, che – dopo aver sprecato quattro ore della propria giornata su Facebook – sente il bisogno di mettersi a testa in giù in una sala di yoga e meditare. Per evacuare lo stress dice. Lo stress causato dai social media. Ah.

Ma visto che a mettersi in testa in giù per davvero non è che siano in grado proprio tutti, ci vuole la versione for dummies anche della mindfulness. E allora via con le applicazioni di meditazione, con le tavole di visualizzazione digitali (queste ve le spiego un’altra volta che ancora non ho capito che cazzo sono), con i test per trovare la propria missione di vita (proprio una robetta da niente), il tutto su siti dai colori pastello, scritti con caratteri sans serif e inghirlandati da arcobaleni e unicorni leziosi e infantilizzanti. Perché ormai la “piena consapevolezza” non è più un traguardo riservato ai monaci arancioni che passano giornate intere meditando in posizioni improbabili, è una roba che la vogliamo proprio tutti. E alla svelta – of course – tra il brunch bio e l’aperitivo con gli amici.
Ovviamente la conditio sine qua non di questo meraviglioso risveglio zen (oltre pagare il pacchetto meditazione a soli 9€99 per il mese di prova) è… imparare a restare “disconnessi”. E se non ci riuscite da soli, c’è sempre qualcuno che potrà vendervi il metadone digitale.
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