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Fenomenologia della « bise », ovvero Questione di « étiquette »

Quiz.

Sei a Parigi. Ti hanno invitato a una serata da un amico. Quando arrivi, oltre al padrone di casa che ti ha aperto la porta e che hai già opportunamente salutato, trovi già, to’, una dozzina di persone. Chi conversa seduto sul divano, chi bofonchia un “Bonsoir” sorseggiando birrette, chi ti guarda in attesa. Insomma la situazione né carne né pesce: né il festone dove non conosci quasi nessuno ma sai già che la conversazione nascerà da sé, con agio e trasporto direttamente proporzionali all’aumentare del livello alcolico, né la cosa intima tipo “Eravamo quattro amici al bar”, in cui non presentarti a ognuno sarebbe inteso come una scostumatezza anche da un trattore.

Che fai?

A. Sorridi e fai un saluto generale.

B. Fai la bise a tutti, ma proprio a tutti.

C. Incurante del resto del mondo, ti metti subito a far conversazione con le persone che conosci.

Anche tu avresti detto A? Ebbene, un adepto del galateo francese in chiave integralista vi direbbe che qualsiasi individuo a modo, trovandosi a che fare con la sopraccitata situazione, dovrebbe reagire secondo quanto descritto nella risposta B. Ovvero, in altre parole, perdere trenta minuti della propria vita a dare baci sulla guancia a perfetti sconosciuti. In realtà non è proprio così: previa verifica empirica basata sull’osservazione di esemplari francesi più o meno trentenni, più o meno cool, sufficientemente educati, messi a confronto con le variabili in questione, possiamo affermare che sono accettabili sia la risposta A che la risposta B. La C no, ci rincresce.

Eppure, le insidie del saluto alla francese non sono finite qui perché, anche qualora tu abbia optato per una più tranquilla e rilassata opzione A, potrebbe darsi che dietro quella porta si nascondano decine di futuri convivi integralisti che non la pensano come te e sembrano non desiderare altro che passare in rassegna le guance di tutti i presenti, tra cui le tue, recitando un rosario di “enchanté”. E lo sapete qual è il momento in cui più al mondo provo la cosiddetta invidia del pene di freudiana memoria? Questo. Già, perché convenzione sociale vuole che tra maschi ci si possa accontentare di una stretta di mano, riservando alle donne l’interminabile calvario della bise. E ci è pure andata bene, perché se invece che a Parigi ci avessero mandato in Erasmus in qualche città del Sud, allora i due baci sulla guancia sarebbero potuti diventate tre o addirittura quattro, alla faccia dell’emploi du temps serré.

Inoltre, il gap culturale rispetto alle usanze italiche non ha a che vedere soltanto con la strana sensazione che provi quando, dopo aver compostamente salutato i tuoi amici con un paio di bacetti, l’ultimo ritardatario arriva e ti piazza una manata sulla spalla al suono di “Bella zi’”, ma soprattutto con la direzione del movimento. Da che parte si comincia? Chi fa la spola tra Italia e Francia non ci si raccapezza, ad ogni tentativo è un attentato alla bocca. Per gli altri, che vivono questo momento di grazia come un automatismo, ogni cambiamento risulta fastidiosamente destabilizzante. La nostra ricerca, pur condotta con minuzia, non ha dato risultati chiarificatori. La bise è un trip spazio-temporale, una dimensione altra in cui regna la confusione, non lo saprete mai quale guancia si tende per prima.

Personalmente, come penso si sia capito, non sono contraria in assoluto al concetto di bacio sulla guancia, lungi da me; tuttavia, al momento delle presentazioni, gli preferisco una più formale e indagatrice stretta di mano, dalla quale mi sembra di poter intuire dell’altra persona all’incirca quarantaduemilacinquecentoventisette cose in più rispetto all’invadente e asettica bise. Ho del resto aderito a un movimento d’opinione per il ritorno alla stretta di mano. E a un uso più massiccio del “vous”, anche tra ventenni e coetanei di ogni età. Ah, no, scusate, questo già si fa.

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