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Je suis Charlie, mais…

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je suis charlieIn questi giorni mi è stato abbastanza impossibile riuscire a fare altro se non restare attaccata a radio, giornali, telegiornali e sitarelli vari. Ho seguito l’attualità e mi sono letta un’infinità di pareri riguardo agli attentati di Parigi. Parendomi superfluo ripetere cose già dette da altri, mi limiterò a segnalare come importanti alcuni interventi un po’ controcorrente che hanno sottolineato come l’attacco a Charlie Hebdo e le tre azioni successive non dovrebbero sorprenderci così tanto se lette nel quadro di una guerra globale, in cui ad interessi economici e imperialisti si mescolano e sovrappongono appartenenze religiose funzionali a strategie geopolitiche ben precise. Rifletto sull’enorme impatto che questi attacchi terroristici hanno avuto sull’opinione pubblica francese ed europea e a quanto poco, relativamente, ne abbiano avuto, ad esempio, gli oltre tremila morti in Mediterraneo nel 2014 oppure le duemila persone uccise da Boko Haram in Nigeria proprio in questi giorni.

Tuttavia, leggere “Je ne suis pas Charlie” su alcuni siti di informazione o blog mi fa male, mi dà fastidio e mi imbarazza. Al di là dell’ovvia condanna per la violenza in sé, io mi sento Charlie, siamo tutti Charlie, ognuno a modo proprio. Perché sì, è vero, due terroristi hanno ucciso 12 persone nella redazione di un giornale a un chilometro da casa mia e altre sono morte durante una presa di ostaggi a qualche stazione di tram da dove mi trovavo e, sì, egoisticamente, il fatto che abbiano toccato il mio giardino, il pensiero che là in mezzo avrebbero potuto esserci i miei amici, mi sconvolge. Mi sento Charlie perché, malgrado la mia leggendaria incoscienza, venerdì pomeriggio, andando al lavoro, un po’ me la sono fatta sotto. Mi sento Charlie perché la stampa è libera e non si tocca.

Soprattutto mi sento Charlie perché questi hanno sbagliato tutto, perché hanno fatto una scelta non soltanto moralmente, com’è ovvio, ma anche strategicamente stupida. Perché ho l’impressione di vivere in un periodo storico in cui finalmente l’ingiustizia, l’ineguaglianza e la violenza causate dal nostro sistema economico si stanno mostrando in maniera palese e che sempre più persone, a tutti i livelli della società, ne stiano prendendo coscienza. Le cose vanno talmente male per tutti che è il momento di trovare delle alternative. Su questo mi pare giusto lavorare, avanzare rivendicazioni, cercare risposte. Su questo bisogna concentrarsi. E invece un attacco terroristico di matrice islamica nel cuore della vecchia Europa vessata dalla crisi non serve che a fare il gioco dei potenti, a invertire la direzione dell’antagonismo, oltre a dare beceri argomenti di propaganda elettorale ai partiti xenofobi nonché scuse per eventuali altre guerre. Lo scontro di civiltà, vi prego no, pietà.

Ci sono andata alla Marche républicaine di domenica. Ci sono andata perché convinta di dover manifestare il mio personale modo di sentirmi Charlie. Ma non avrei dovuto. Perché non mi sono riconosciuta in questa unione nazionale che ha cantato la Marsigliese e applaudito i CRS. Perché coi politici che hanno sfilato non ho nulla a cui spartire e la presenza di alcuni mi ha fatto semplicemente rabbrividire.  Perché la televisione a reti unificate è magistralmente riuscita a far passare l’immagine del bene che trionfa sul male, dei buoni che manifestano contro i cattivi. E invece i cattivi, quelli veri, sono da cercare altrove.

Silvia Cher

 

Che dire adesso? Dopo l’indignazione e le lacrime, dopo la commozione, dopo essere scesi in piazza più volte, increduli accanto ad altri increduli. Dopo che tutti si sono indignati, scandalizzati, dissociati, dopo che sono arrivati i primi distinguo, le manifestazioni di solidarietà più o meno caute. E infinite opinioni e prese di posizione atte ancora una volta a mostrare delle differenze, a dividere anche nella solidarietà: “Je suis Charlie”, “Je suis Ahmed”, “Je suis policier”, “Je suis Juif”… Come in un gioco di ruolo ognuno sceglie il martire che gli va più a genio. Dopo tutto questo cosa scrivere ancora? Di una manifestazione celebrata sulla Une di tutti i giornali del mondo come la più grande marcia per la libertà mai vista in Francia? Fare l’agiografia di un popolo fiero e libero che “marcia unito contro il terrore”? O parlare, invece, della sensazione strana e disturbante di non potersi immedesimare in quella folla, perché, per quanto stiamo marciando insieme forse non marciamo tutti per la stessa cosa?

Ma non ho voglia di unirmi al coro – quasi – unanime del “Né coi terroristi né col Fronte Nazionale”, argomentando con frasi dette e ridette, lette e rilette che “esiste un Islam moderato” e altre amenità. E non perché non sia vero, ma perché si tratta di una cosa talmente ovvia e banale e ribadendola ancora una volta offenderei l’intelligenza di chi mi legge. Non ho voglia di parlare di libertà d’espressione, di libertà di satira, di riaffermare (ce ne sarebbe forse ancora bisogno, ma non sarò io a farlo) la libertà di dire, scrivere e disegnare anche e soprattutto cose che disturbano, senza farsi trucidare dall’artiglieria pesante.

Ma sinceramente mi sono rotta i coglioni di leggere paraculaggini varie e di vedere i lacrimoni delle signore bene della gauche caviar in primo piano alla tv. A dire la verità, l’idea di aver preso parte allo stesso corteo di Renzi, di Netanyahu e di Cameron – giusto per fare tre nomi – mi fa vomitare. Mi fa vomitare che Putin faccia le condoglianze alla Francia dopo la strage di Charlie Hebdo, e mi fa vomitare l’immagine dei capi di Stato che marciano tutti uniti, alfieri della nostra Libertà e della nostra Sicurezza di fronte al grande mostro del Terrorismo. Oggi tutti in piazza contro la violenza, ma soltanto perché i kalashnikov sparano a cento metri da casa nostra, fino ad adesso le grida dei morenti ci facevano cambiare canale perché “barbari e incolti, si sgozzano tra loro”.

Non essendo una grande appassionata di satira, io Charlie Hebdo non lo compravo mai, limitandomi a spiare la prima pagina al Chiosco e a sfogliare quello di qualche collega che ne è assiduo lettore. Ma quel giornale, i disegnatori che ne erano i fondatori e l’anima, e in una certa misura anche i loro lettori, erano l’immagine di una Francia che mi piaceva, irriverente e anticonformista. Capace di quell’intelligenza fine, pronta e impertinente che quella generazione coltivava ancora come un fiore all’occhiello; per me erano fatti della stessa pasta di George Brassens, per capirci. Esponenti di un essere contro che niente ha da spartire con l’anticonformismo “riveduto e corretto” dell’epoca di Facebook. E di quello spirito, ammetto, ne ho visto poco nelle commemorazioni e nei necrologi, perché poco ne rimane in giro. Ne è prova il fatto che dodici persone si sono fatte ammazzare da due coglioni che con buona probabilità non si sono mai fatti una risata in vita loro. E che, lo ammetto, mi fanno quasi pena perché altro non sono una delle mille derive possibili di una società, la nostra, dove l’intelligenza, l’ironia, la leggerezza non trovano più posto.

Ma dopo tutto questo, dopo che anche la rabbia – come prima hanno fatto lo shock, l’indignazione, la tristezza – si è dissipata lentamente, cosa resta da dire? Che c’è un’altra Francia che mi piace vedere, un’altra Parigi diversa da quella dei discorsi ufficiali e delle campagne elettorali, diversa anche da quella che nei tg italiani veniva mostrata come una città in guerra. Io questa Parigi la trovo ogni volta che scendo in strada, quando per andare a prendere la metro passo davanti alla moschea, al tempio di Ganesh e a una chiesa cattolica, saluto il sarto bosniaco che ha la bottega davanti a casa mia e il proprietario del negozio di prodotti sudanesi dall’altra parte della strada. Questa Parigi la ritrovo quando la sera prima di tornare a casa mi fermo a bere una birra al bar dell’angolo, scambio due parole col barista algerino e sorrido al cameriere indiano, prima di prendermi una birra al bancone, con i soliti habitués del quartiere, tra mille facce diverse e mille origini diverse. È qui che prende senso l’espressione (troppo spessa usata a sproposito, ormai divenuta una sorta di spauracchio) di multiculturalismo.

Ecco, questa non è soltanto la Parigi che ho scelto di vivere e per la quale scelgo di resistere, è anche – a mio avviso – la sola strada percorribile per l’Europa. Rinunciare, a causa della paura, a questo suo carattere essenziale, sarebbe il peggior errore possibile e il miglior modo per darla vinta a tutti quei poteri – religiosi o politici che siano – che solo nella paura e nella diffidenza possono prosperare.

Gloria Liccioli

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