Riforma delle pensioni: le ragioni della contestazione

Milioni di persone in piazza, scioperi a oltranza nei settori chiave dell’economia, opinione pubblica più contraria che mai. La riforma delle pensioni attualmente in dibattito al Senato ha – come previsto – scatenato le proteste dei francesi. Di fronte a una tale determinazione, la stampa straniera (e quella italiana in particolare) si è concentrata sul rifiuto dell’innalzamento dell’età pensionistica a 64 anni e ha rispolverato il cliché dei francesi barricaderi, attaccati ai propri “privilegi” (in tutti i paesi limitrofi l’età pensionabile è più alta che in Francia) e ingovernabili.

In occasione della giornata di mobilizzazione prevista per sabato 11 marzo, proviamo ad approfondire un po’ la questione delle pensioni in Francia!

Una riforma contestata

Ne avevamo già parlato in gennaio, quando il governo aveva presentato il progetto di legge contenente la riforma del sistema pensionistico francese. Punti centrali di questa nuova riforma: l’aumento dell’età pensionabile a 64 anni contro i 62 attuali e l’aumento degli anni di contributi richiesti per accedere a una pensione a tasso pieno (calcolati in trimestri: si passa dai 168 necessari attualmente a 172, ossia 43 anni). Il senso di questa riforma è, detto in soldoni: si vive più a lungo, si deve lavorare più a lungo per continuare a poter finanziare il sistema stesso delle pensioni.

Eppure questa riforma non piace proprio per niente: secondo un sondaggio Ifop realizzato per il Journal du Dimanche soltanto il 32% della popolazione appoggia la riforma del governo. E la mobilizzazione nata in opposizione a questo progetto è stata all’altezza delle aspettative, con numerose giornate di sciopero interprofessionale e manifestazioni largamente partecipate, fino al record del 7 marzo, che ha visto sfilare milioni di persone in tutta la Francia. Malgrado la classica “battaglia delle cifre” tra sindacati e Ministero dell’Interno (la CGT rivendica 3,5 milioni di partecipanti, il Ministero dichiara che i manifestanti erano 1,28 milioni), in entrambi i casi si tratta della manifestazione più seguita dall’inizio delle mobilizzazioni. Cifre simili non si vedevano dai cortei contro la precedente riforma delle pensioni, portata avanti dal governo di François Fillon nel 2010.

E – per adesso – la lotta sembra continuare: numerosi settori rimangono in sciopero, gli operai e gli studenti organizzano dei rallentamenti sulle strade per fare volantinaggio e sensibilizzare la popolazione contro questa riforma, e – dopo la giornata di oggi – una nuova giornata di sciopero generale e mobilizzazione è già prevista per il 15 marzo.

Una manna per i commentatori stranieri, che amano raccontare i francesi come “fannulloni”, perennemente in sciopero e soprattutto “attaccati alla propria eccezionalità”. I toni – di solito – oscillano tra una bonaria accettazione e una malcelata irritazione: “Ma come, nei paesi limitrofi si lavora fino a 65 o 67 anni e solo i francesi non ne vogliono sapere?”

Ma è solo la leggendaria scontrosità dei nostri cugini d’oltralpe a portarli a battersi contro questa riforma impopolare o c’è qualcos’altro? Qualche elemento di riflessione.

Né giusta, né necessaria

Al contrario di quanto annunciato dal governo, gli oppositori a questa riforma contestano in primis l’urgenza della misura. Le caisses de retraites non sono attualmente in deficit, e il deficit previsto non sembra doversi manifestare prima di diversi anni. Questo dovrebbe lasciare il tempo a una riflessione più lunga e approfondita, piuttosto che a una riforma presentata come urgente e necessaria a evitare una catastrofe.

Una delle principali critiche nel merito del progetto di legge è che questo penalizza le classi popolari e i lavoratori dai mestieri più gravosi, che dovranno lavorare più a lungo rispetto al presente. Numerosi studi hanno messo in evidenza come l’aspettativa di vita in buona salute vari enormemente tra le diverse classi sociali. Un lavoratore povero ha tre volte più di probabilità di morire negli anni immediatamente successivi alla pensione, e non è che la più eclatante delle tante disuguaglianze che fratturano sempre di più la società francese.

Insomma, la riforma viene percepita come ingiusta e inutile: se non è il sistema pensionistico ad essere in deficit, la volontà del governo è quella di fare delle economie tagliando la spesa pubblica. E questo è difficile da mandare giù per tante persone che hanno visto negli anni il proprio livello di vita diminuire progressivamente, proprio mentre la pressione fiscale sulle grandi fortune si alleggeriva.

Una riforma imposta con la forza

C’è un altro aspetto di questa riforma che suscita non poche critiche da parte di cittadini e corpi intermedi: il modo in cui è stata presentata e il modo in cui si sta svolgendo l’iter legislativo. Trattandosi di una riforma importante, che ha un impatto enorme sul quotidiano dei cittadini, ci si sarebbe potuti aspettare un lungo dibattito parlamentare, nel quale le opposizioni avrebbero avuto modo e tempo di esprimere il proprio disaccordo.

Il governo della Prima Ministra Elisabeth Borne, invece, ha scelto di fare tutto il contrario, decidendo di far ricorso all’articolo 47.1 della costituzione per ridurre il tempo dei lavori parlamentari. Questo articolo, il cui uso è limitato ai piani di finanziamento della Sécurité Sociale, permette di limitare a 50 giorni il dibattito parlamentare. Una volta giunti alla fine del tempo a disposizione, che sia stata approvata o no dalle due camere (ndr la proposta è stata approvata sabato 11 marzo dal Senato, ma non era stata votata dalla camera) la proposta di legge passerà in commissione ristretta.

E per non farsi mancare niente, il governo ha già lasciato intendere che al momento del successivo voto in Parlamento – comunque necessario dopo il passaggio in commissione – non esiterà a sguainare il famoso 49.3. Questo dispositivo di voto parlamentare, che si apparenta al voto di fiducia nostrano, stabilisce che una legge è automaticamente approvata a meno che una mozione di sfiducia presentata nelle 48 ore successive non faccia crollare il parlamento. E in un parlamento con l’opposizione divisa tra destra e sinistra è poco ma sicuro che il 49.3 è un superpotere imbattibile per l’esecutivo.

È la prima volta in tutta la storia della Quinta Repubblica che tale dispositivo viene utilizzato per far passare “di forza” una riforma, il che – ovviamente – è stato oggetto di numerose critiche sia da parte dell’opposizione che da alcuni costituzionalisti.

Per finire, nonostante le pressanti richieste dell’intersindacale di essere ricevuti, in seguito alla mobilizzazione storica di queste settimane, da un rappresentate del governo per discutere della riforma, il governo è rimasto silenzioso. Una risposta è venuta dal Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, che ha rifiutato di ricevere i sindacati, nonostante “non sottovaluti” la “collera” dei lavoratori.

Una riforma scritta senza concertazione con le parti sociali e fatta passare senza un vero dibattito parlamentare. Se Macron e il suo governo volevano scrollarsi di dosso l’immagine di un’élite sorda e cieca di fronte al “Paese reale”, diciamo che non hanno scelto la strada migliore.

Due modelli di società

Ma c’è un ultimo aspetto da non sottovalutare quando si cerca di capire l’opposizione popolare a questa riforma, ed è quello storico e simbolico.

Il sistema pensionistico moderno nasce in Francia all’indomani della Seconda guerra mondiale. Siamo nel 1944 ed è in questo momento di transizione che il governo inizia a concretizzare il cosiddetto Programma del CNL (Consiglio Nazionale della Resistenza), ossia un sistema organico di misure da prendersi all’indomani della Liberazione, tra le quali si trovano delle misure politiche (democrazia, suffragio universale etc.), delle misure economiche (tra cui una serie di statalizzazioni di alcuni servizi essenziali) e delle misure sociali. Nasce così il sistema di protezione sociale, che comprende l’assurance maladie, le allocations familiales e (eccoci qua!) il sistema delle pensioni.

Il sistema pensionistico francese, che funziona su base retributiva (i contributi dei lavoratori servono immediatamente al pagamento delle pensioni) fa quindi parte di quel pacchetto di dispositivi e istituzioni conosciuti sotto il nome di Sécurité sociale.

Qualcosa che – al di là dell’aspetto pratico – ha un enorme impatto simbolico per la sua storia e per la sua origine.

Inoltre, sotto l’impulso dei ministri dei primi governi De Gaulle, in particolare del comunista Croizat, il sistema pensionistico è l’espressione di una visione estremamente progressista. Come spiegano i sociologi Nicolas Castel e Bernard Friot, l’idea sottesa all’instaurazione del sistema delle pensioni negli anni ’40 è quello della pensione come “salario continuo”, alla quale si oppone l’idea capitalistica del “reddito differito”.

Ma che significa “salario continuo”? Significa che, nell’idea originaria, il pensionato è un lavoratore che ha diritto a continuare a percepire il suo stipendio perché questo è un “attributo” della sua persona e non più del suo lavoro. Ed è proprio per questo che il montante della pensione era originariamente calcolato sulla base degli ultimi sei mesi di stipendio (i migliori) per i dipendenti pubblici e sui dieci migliori anni per i dipendenti di ditte private. (A questo proposito vi consiglio questo articolo e questo video in cui in cinque minuti il politologo Viktorovich spiega semplicemente questi due modelli di società che si affrontano).

Ovviamente questa idea originaria è stata via via ridimensionata da ciascuna delle riforme successive, ma resta un fatto che per i francesi le pensioni fanno parte di quei diritti sociali ai quali non vogliono rinunciare non solo per ovvie ragioni pratiche, ma anche perché rappresentano l’eredità di uno dei periodi più progressisti della loro storia.

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