Viaggiare ci rende felici? Il viaggio nell’epoca del turismo di massa

“Il mondo è un libro, chi non viaggia ne conosce solo una pagina”. Quante volte avete letto questa citazione? (citazione attribuita a Sant’Agostino, attribuzione che – per inciso – mi sento di poter ragionevolmente ritenere fasulla, ma questo è un altro discorso).

Spesso questa frase (o amenità simili) accompagna sui social foto di finestrini di aeroplani, passaporti o paesaggi tropicali, oppure fa capolino in articoli in cui due settimane di vacanza all’estero sembrano trasformarsi in vere e proprie esperienze di vita.

Viaggiare, insomma, ci renderebbe migliori, più aperti, più colti… e più felici!

Ma ne siamo proprio sicuri? È proprio questa perplessità a gettare le basi – e a dare il nome – a una mostra interdisciplinare organizzata alla Fondation EDF a Parigi [mostra terminata a aprile 2023 NDR]. Il titolo, sotto forma di questione filosofica, interpella già il pubblico prima ancora di iniziare la visita: Faut-il voyager pour être heureux ?

L’expo si snoda attraverso una cinquantina di opere di 32 artisti contemporanei che invitano lo spettatore a porsi delle domande sulla nostra concezione del viaggio, oggi considerato come un ingrediente fondamentale del nostro benessere. Il tema non è affatto banale e apre molte piste di riflessione.

Mostra fondation EDF

Quella ecologica, ovviamente: un decimo delle emissioni di gas a effetto serra nel mondo è prodotto dal settore del turismo. Oltre alle emissioni responsabili del riscaldamento globale, il turismo è in parte responsabile dell’inquinamento dei mari e degli spazi naturali e della diminuzione della biodiversità, conseguenza dell’antropizzazione dei territori selvaggi.

Certo, qualcuno di voi potrebbe dire “ma possiamo sempre viaggiare riducendo il nostro impatto ambientale: prendere il treno, scegliere strutture ecosostenibili e fare la raccolta differenziata anche in vacanza!”

Certo, ma la risposta non coglie nel segno. La questione dell’impatto ambientale del turismo non riguarda unicamente i comportamenti individuali, è una questione sistemica.

Siamo tutti d’accordo che dovremmo ridurre al minimo i nostri spostamenti in aereo, ma questo significa almeno due cose: innanzi tutto che per rientrare a Firenze da Parigi (per esempio) non dovrei spendere tre volte tanto in treno rispetto all’aeroplano. E seconda di poi che il concetto stesso di “partire per un weekend all’estero” dovrebbe finire nel cassetto delle cose del passato, insieme alle tute di ciniglia e ai pantaloni a vita bassa.

Chi è senza peccato lanci la prima pietra: sia chiaro, non ho nessuna intenzione di fare l’eroina senza macchia e senza paura che vuole bacchettare i cattivi cittadini, colpevoli di aver acquistato due biglietti Ryanair per Porto o di aver passato una settimana in un resort a Rodi.

La questione non è tanto colpevolizzare, ma riflettere sulle nostre scelte.

Come ha fatto a sembrarci normale questo modo di viaggiare, sempre più rapido, sempre più convulso, in cui il viaggio stesso si riduce a poco più di un teletrasporto verso una destinazione da divorare in 48 ore? Da consumare – anzi – in 48 ore, prima di tornare alle nostre frenetiche vite da lavoratori-consumatori, come pesci rossi in un boccale che non aspettano altro che il prossimo weekend per andare a sgranchirsi le pinne altrove. Questa frenesia di partire lontano foss’anche per un solo fine settimana è possibile solo in un mondo in cui da cittadini ci siamo trasformati in consumatori a tempo pieno, e in cui perfino i luoghi e le esperienze diventano merce da consumare per placare la frustrazione di una vita formiche operaie nelle nostre metropoli capitalistiche, sempre meno accoglienti.

Perché c’è un altro aspetto dell’industria del turismo che è complementare, ma indipendente, dal suo impatto ecologico, e sul quale dovremmo tutti riflettere: il suo impatto sociale.

Il turismo – uno dei settori economici più importanti a livello globale – prona un meccanismo di mercificazione del mondo e dei rapporti umani, e questo a prescindere dal tipo di turismo che si mette in pratica. Le città si trasformano in musei o in Disneyland a taglia umana; le tradizioni si atrofizzano e si trasformano in folklore; i paesaggi e le esperienze stesse si riducono a foto catturate con l’Iphone che daranno voglia ad altri turisti in potenza di recarsi in quel luogo per fare quella stessa foto.

Il turismo di massa ha sicuramente ucciso il viaggio, e lo ha reso ormai impossibile in gran parte del mondo.

Il circolo vizioso del turismo è ben conosciuto: i turisti vanno nei luoghi in cerca di un’autenticità presunta, ma con la loro stessa presenza e con il loro peso economico snaturano quegli stessi luoghi che visitano. Più un quartiere, un villaggio, una cittadina è considerata “autentica e pittoresca” più la sua sorte è segnata: per continuare a essere considerata pittoresca deve trasformarsi in un museo a cielo aperto, soprattutto quando – globalizzazione oblige – tutti i centro-città iniziano ad assomigliarsi, soffocati dalle insegne di multinazionali della ristorazione e della fast fashion. Nel quartiere di Alfama a Lisbona i proprietari sfrattano gli abitanti per aprire degli Airbnb, dove i turisti potranno vivere “la magia di una città romantica accompagnati dalle note struggenti del fado”, come precisa l’ufficio del turismo della capitale portoghese. L’aumento dei prezzi immobiliari è una delle conseguenze più visibili e più rapide dell’apertura di una città alle rotte turistiche.

Il meccanismo finisce per essere talmente paradossale da creare dell’insoddisfazione perfino nei turisti (che, sia detto per inciso, siamo noi tutti!): non a caso, secondo un sondaggio pubblicato a febbraio 2023 da diversi magazine del settore, le destinazioni più deludenti per i turisti sono… le destinazioni turistiche! A Parigi, per esempio, Montmartre è considerata la destinazione più deludente di tutte: nel frattempo gli abitanti si battono contro la trasformazione in Disneyland del quartiere della Butte.

È recentemente uscito un libro, intitolato Désastres touristiques, in cui l’autore Henri Mora, denuncia le conseguenze politiche sociali ed ecologiche di questa industria. Ne parla Reporterre con un articolo dal titolo eloquente: Le tourisme écolo n’existe pas.

Ma quindi cosa fare? Siamo condannati a rimanere per sempre inchiodati alle nostre città artificiali e irrespirabili?

Non esiste una soluzione unica a questo dilemma, ma penso che sia importante riflettere alle conseguenze delle nostre azioni in quanto individui e – soprattutto – in quanto collettività. Credo che la strada da prendere non sia quella del divieto ma quella della sobrietà. Come nei consumi, nel turismo (consumismo applicato all’altrove) dovremmo chiederci ogni volta se ne abbiamo bisogno, se ne vale la pena: non tanto in quanto individui, ma in quanto società.

Attualmente il turismo è un privilegio per una parte della popolazione mondiale: nel 2019, prima della pandemia di Covid 19 nel mondo avevano viaggiato un miliardo e mezzo di turisti circa. Questa cifra, statisticamente, cresce di 300 milioni ogni anno. A un certo punto l’accoglienza di masse sempre più grandi di turisti non sarà più un problema etico o sociale: diventerà un puro problema geometrico.

Una visita alla mostra Faut-il voyager pour être heureux ? è un ottimo spunto per riflettere a questi e ad altri problemi legati al nostro rapporto con il viaggio, con il turismo, con il consumismo. Disseminati tra le opere si trovano dei grandi schermi sui quali scorrono dei brevi interventi di esperti che parlano di aspetti specifici del turismo. Tra questi, Saskia Cousin, antropologa: in molte civiltà, spiega Saskia nel suo intervento, esiste l’idea che per continuare a godere di qualcosa si debba fare un atto di rinuncia. Per avere un bel raccolto, ad esempio, se ne sacrifica una parte durante un rito; forse per i viaggi dovremmo fare la stessa cosa. Rinunciare ad un certo tipo di turismo per continuare a far esistere la possibilità di viaggiare.

Credo che questa immagine non sia sbagliata, e che – in un’epoca in cui la sovrabbondanza e la sovrapproduzione ci stanno conducendo verso il baratro – la possiamo applicare a molti altri aspetti della nostra vita.

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Dal 2013, Italiani a Parigi.

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