PG va a dormire. A Valediction (Forbidding Mourning)

Parigi, un giorno qualunque della primavera 2013. All’Eliseo siede François Hollande, eletto da meno di un anno, che ha promesso di invertire la curva della disoccupazione entro la fine dell’anno (spoiler alert: non ci riuscirà). Stéphane Hessel, uno degli ultimi quadri dirigenti della Resistenza e conosciuto per il pamphlet Indignez-vous! che tanto successo aveva avuto anche all’estero, è morto da poco. Il dibattito sul Mariage pour tous è sulla bocca di tutti: a fine maggio, finalmente, a Montpellier si celebra il primo matrimonio omosessuale in Francia.

Il clima è caldo ma secco e si sta bene in jeans e felpa, seduti ai tavolini dei bar a discutere dell’affaire Cahuzac, appena esploso, o di questo film che dovrebbe uscire a settembre La Vie d’Adèle. È del regista che ha fatto Cus cus mi han detto, ed è tratto da una BD… Un’amica che l’ha letto mi ha detto che è roba pesa. Staremo a vedere.

Tra una birra e un bicchiere di Chardonnay gli argomenti delle discussioni si mescolano, si intrecciano, spariscono per decine di minuti per risorgere più tardi, come un fiume carsico. Siamo ventenni, precarie ma piene di speranze e idee. Tra queste, quella di aprire un sito. Un magazine online, dedicato agli italiani a Parigi. Siamo nel 2013, i nostri coetanei sono tutti su Facebook. Quelli che fanno le foto belle le mettono su Flickr. Qualcuno, più sveglio di me, mi chiede perché non ho ancora installato Instagram. Ancora non sappiamo che diventerà il luogo virtuale in cui perderemo mezz’ore intere scrollando tra video di gatti e “la ricetta autentica della carbonara”.

L’idea, ad ogni modo, ci piace e – complice la disponibilità di tempo che i nostri lavori precari ci permettono – ci lanciamo in un bel cantiere per trasformarla in qualcosa di sensato. Le idee sono anche troppe, il tempo è giusto, l’impegno è tanto. Alla rentrée del 2013 Parigi Grossomodo è online. Su internet, ovviamente, ma anche su Facebook. Qualche anno dopo farà una comparsata su Twitter (roba da poco, la nostra logorrea non si confà ai 140 caratteri imposti dall’uccellino blu – poi sbranato dall’aquila turboliberista di Elon Musk e ribattezzato X), per poi atterrare su Instagram, dove ancora si dà da fare.

Il resto della storia, se leggete queste righe, lo conoscete: in questi 12 anni Parigi Grossomodo, nel suo piccolo, è stato uno strumento che ci ha permesso di guardare alla società e a quel piccolo microcosmo che sono gli italiani all’estero da un punto di vista privilegiato, come dicevamo nell’editoriale per i dieci anni del nostro beneamato magazine online (che quasi tutti hanno continuato a chiamare blog per più di un decennio, per la mia disperazione). Editoriale che mi permetto di citare di nuovo:

“In questi anni abbiamo visto il mondo cambiare intorno a noi, e abbiamo cercato – per quanto possibile – di renderne conto attraverso i nostri articoli e i nostri editoriali.

Abbiamo vissuto Nuit Debout e gli attentati a Parigi; abbiamo visto nascere il fenomeno Macron e abbiamo cercato di darne conto, prima ancora che diventasse l’ottavo presidente della Quinta Repubblica. Abbiamo seguito la Cop 21 quando si è tenuta a Parigi, le manifestazioni contro la riforma delle pensioni e quelle contro la Loi Travail. Ogni volta abbiamo cercato di scrivere delle fotografie il più accurate possibile di quello che vivevamo, che vedevamo o di cui parlavamo fino a notte fonda tra una pinte e un pichet. Non abbiamo mai avuto la pretesa di essere esperti in geopolitica o in sociologia, ma ci siamo sempre fatte un punto d’onore nel verificare sempre le informazioni e nell’approfondire il più possibile i temi che avevamo scelto.”

E anche noi siamo cambiate in questi dieci anni. Certo, non più ventenni, e per fortuna un po’ meno precarie (quoi que, da intermittente convinta la precarietà è qualcosa che ci portiamo sempre un po’ appresso, anche quando da anni il problema non sembra più trovare abbastanza lavoro, ma riuscire a prendere una settimana di vacanza…), ma siamo cambiate anche noi. Il mondo, però ha accelerato di più e in una direzione che non ci corrispondeva affatto. E per questo Parigi Grossomodo non è più lo strumento giusto per raccontare delle storie. Non solo perché la vita frenetica della fine dei trent’anni rende difficile incastrare lavoro, famiglia e progetti personali – una difficoltà che, da sola, non sarebbe bastata a farci smettere. Ma soprattutto perché Parigi Grossomodo, nella forma in cui lo avevamo pensato noi, non conviene più nel 2026. Certo, i nostri articoli sono condivisi sui social, ma non siamo mai state delle social media manager provette, e oggi molti media creano contenuti direttamente per Instagram. Il nostro fiore all’occhiello era lo stile di Parigi Grossomodo. Poteva piacere o non piacere, ma abbiamo sempre fatto in modo di proporre articoli che probabilmente non erano Google Friendly, ma che erano ben scritti e che cercavano di esprimere una voce. Anche quando consigliavamo i bar del quartiere o i film da vedere al cinema.

Un articolo sulla selezione di mostre da vedere a Parigi questo inverno può essere prodotto in poche decine di minuti dall’intelligenza artificiale: lo so perché ho fatto una prova. L’articolo che ne è risultato era grammaticalmente corretto, informativo, senza infamia e senza lode e si permetteva perfino un’ombra di angolo editoriale. Esattamente il tipo di articolo che non avremmo mai voluto firmare. Di siti sui migliori indirizzi di Parigi ce ne sono a bizzeffe, in qualunque lingua, e uno stuolo di content creators portano i propri follower alla scoperta dei luoghi segreti (almeno finora) di Parigi. E lo fanno benissimo. Avremmo potuto decidere di utilizzare meglio i social media, cercare collaborazioni commerciali o provare a monetizzare i nostri contenuti perché il tempo speso per la redazione dei nostri articoli non fosse completamente gratuito. Per mille ragioni abbiamo sempre scelto di non farlo. Questa scelta ci ha dato libertà, ma anche dei limiti. Ed è stato giusto così.

Parigi Grossomodo, quindi, va a dormire in questo inverno 2026 che non fa sperare quasi niente di buono per i nostri paesi e per il nostro pianeta. Un mondo che non assomiglia per niente a quello che immaginavamo nei nostri vent’anni, tra una pinta a tre euro e un bicchiere di Chardonnay scadente. Avremmo potuto semplicemente smettere di pubblicare, da un giorno all’indomani, in una sorta di ghosting collettivo dei nostri lettori, ma da figli.e del secolo scorso, ci è sembrato più elegante salutare prima del congedo. Parigi Grossomodo, dicevo, va a dormire. Il sito resterà online, perché le informazioni ancora utili che vi si possono trovare restino a disposizione di chi le cerca. Forse un giorno si sveglierà e sarà diventato qualcos’altro, per volontà di una nuova generazione di scribacchini o – chissà – anche nostra. Intanto, gli auguriamo un buon riposo e di fare dei sogni d’oro.

Per finire, com’è d’usanza, non posso congedarmi da chi legge senza ringraziare sinceramente e profondamente tutta quella “nebulosa” di amici e compagni di viaggio di PG: contributori da uno a cento articoli, lettori accaniti, commentatori, critici inveterati, web designers… Tutti quanti sono stati fondamentali per accompagnare Parigi Grossomodo nei suoi 12 anni di attività. Esattamente come la massa dei lettori anonimi, per i quali abbiamo fatto tutto questo, sperando di avervi informato, dato qualche idea e, almeno qualche volta, di avervi aiutato a guardare Parigi (e il mondo) con un po’ più di attenzione.

 

PS. A Valediction: Forbidding Mourning è il titolo di un’opera di John Donne nella quale il poeta descrive un congedo “senza fiumi di lacrime o tempeste di sospiri”. Bonne nuit, PG!

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